Che meraviglia la Paolini a Wimbledon: Renzo (Furlan) non ha i polli, ma una vera campionessa

Elogio di Teo Parini del folletto azzurro e del suo coach, coriaceo agonista nato al confine tra Veneto e Friuli

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Quando era chiamato a difendere i colori azzurri, i suoi tifosi erano soliti fare due cose. Seguirlo ovunque esponendo un lenzuolo gigante con la scritta “Cimetta è qui”. Cimetta di Codognè, Treviso, estremo nord della regione Veneto ad un amen dal Friuli. Casa sua, quella di Renzo Furlan. Anni Novanta, una vita fa. L’Italia del tennis non era nemmeno lontanamente parente dell’odierna fucina di risultati strabilianti ma non è che se la passasse poi così male come, invece, sarebbe accaduto nella successiva decade. In tivù gli aficionados imparano a guardare lo sport del diavolo con gli occhi di Rino Tommasi, probabilmente il più grande giornalista che si sia mai dedicato alla disciplina che fu di Bill Tilden, e di Gianni Clerici, il più grande e basta. La coppia dei fuoriclasse del microfono è responsabile di un fenomeno bizzarro ma assolutamente giustificato: sono più le volte nelle quali a tenere francobollati gli spettatori sia la caleidiscopica telecronaca del duetto più che l’evento stesso. La capacità di rendere accattivante un prodotto senza mai vendere tappeti, un giornalismo nuovo e un modo nuovo di raccontare lo sport.

Tuttavia, quando le tonalità si fanno del colore del cielo e l’ambiente ingessato e bacchettone del tennis degli albori cede il passo alla torcida, la voce dei nostri pomeriggi incastonati tra gloria e delusione è quella di Gianpiero Galeazzi, archetipo dell’italianità da osteria: pane, salame e tovaglia a quadri. Poca tecnica narrativa, qualche strafalcione, tantissimo cuore. La sua voce inconfondibile, rotta da un affanno respiratorio che nei momenti clou si fa altrettanto inconfondibile, porta nelle nostre case la magia della Coppa Davis, la più calcistica delle espressioni tennistiche, dove si gioca per una nazionale anziché in proprio e il contesto è sovente una bolgia dantesca. Il tennis nazionalpopolare che, se non lo sopravanza, l’audience del soccer riesce financo ad avvicinarlo. A metà degli anni Novanta, il nostro miglior giocatore in quanto a risultati – perché se si tratta di soddisfazione del palato il gradino piu alto del podio è sempre appannaggio di Paolino Canè – è, appunto, Furlan che per centoventuno settimane consecutive può vantare il ranking più elevato tra gli azzurri. Renzo, con due vittorie nei tornei ATP e i quarti di finale raggiunti al Roland Garros, anno 1995, si arrampica fino alla posizione mondiale numero diciannove, quando a guardare tutti dall’alto sono gli americani della triade Sampras, Agassi e Courier in aggiunta ai vari Edberg, Becker, Kafelnikov e il resto di quella generazione splendida. Insomma, strappare la top 20 non è all’epoca qualcosa di banale, anzi, ma a Furlan l’impresa riesce bene.

Giocatore senza apparenti eccezionalità nei cromosomi, ma solo per i più distratti, e depositario di un pregevole rovescio monomane che oggi si guarda con nostalgia, Renzo arriva con la garra, il suo talento più grande, dove la tecnica non è in grado di condurlo. Insieme alla testa, quella di un computer. Fisico normale, con il lavoro quotidiano, da giocatore tagliato quasi esclusivamente per la terra battuta per via di un gioco edificato sul dogma della regolarità senza fronzoli e concessioni allo spettacolo, ha finito per diventare un tennista completo, buono per tutte le stagioni. Anche quella sul cemento, superficie che lo ha visto mettere in riga personaggi poco raccomandabili da incontrare intramezzati da una rete, come Chang o come Wilander. Furlan è la classe operaia che va in paradiso, sospinta e poi sorretta da un mix fatto di passione e abnegazione. Fulgido esempio per chi da madre natura non ottiene particolari favori.

Appesa la racchetta al chiodo nel 2004, Renzo dal tennis non si è mai allontanato. Del resto, che con la sua tridimensionale intelligenza tennistica sarebbe diventato un allenatore preparato non stupisce, oggi come allora. Dopo aver prestato servizio per la federazione di casa nostra e per quella serba, a testimonianza di un apprezzamento che abbatte i confini, Furlan ha preso per mano Jasmine Paolini e i risultati del sodalizio sono storia recente, anzi, recentissima. Una storia che racconta la parabola di una giocatrice forgiata a sua immagine e che, senza essere nata campionessa e con doti fisiche assolutamente nella media, aggiungendo al proprio bagaglio un pezzettino di competenza in più ad ogni occasione è diventata una delle giocatrici italiane più forti di sempre. E pure del mondo, detto senza che nessuno abbia di che scandalizzarsi, considerato che da lunedì prossimo Jasmine, male che andrà, vedrà il suo nome associato alla posizione numero cinque del ranking. Numero cinque.

Se qualcuno ha commesso l’errore di giudicare la sua finale nell’ultimo Roland Garros alla stregua di un colpo di fortuna, si spera possa non perseverare nella convinzione adesso che, grazie alla vittoria sulla Navarro, si appresta a disputare pure la semifinale a Wimbledon. Due Slam diversi, due superfici diverse, due risultati stratosferici, per una ragazza che, al pari del suo mentore, è archetipo di coscienza tennistica e grinta che potrebbe scansare le montagne. Facile vincere i Championships se di cognome fai Graf o Navratilova, tanto per citarne due che sono fatte di cellule preziose come diamanti. Molto di meno per le Paolini del mondo, abituate a far di conto con la semplicità che, nella sua migliore accezione possibile, è cifra stilistica, e quei gap con le avversarie ogni volta da ricucire. Nell’attesa del prossimo miracolo, l’esigenza di chi come noi ama visceralmente questo sport, è quella di manifestare stima incondizionata nei riguardi della coppia che oggi più ci rappresenta. Furlan e Paolini, l’arte di non porsi limiti rimanendo sempre con i piedi per terra. Anche a Wimbledon.

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