Cavo teso a Milano: “Era un gioco, non una trappola”

Già identificato dai Cc uno dei complici

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“Era un gioco senza regole, non c’era un’altezza prestabilita alla quale intendevamo mettere il cavo, in generale non c’è stata una programmazione della cosa, ma solo ‘prendi il cavo e tiralo’ (…), non mi rendevo conto dell’effettivo pericolo. Non doveva essere una trappola, era il nostro gioco che non doveva coinvolgere altri”. Lo ha spiegato ieri, durante l’interrogatorio reso al gip Domenico Santoro, Alex Baiocco, il 24enne milanese in carcere per aver teso un cavo di acciaio, con due amici complici, da un lato all’altro di viale Toscana mettendo così in pericolo di vita in particolare motociclisti e ciclisti. Il giovane, nella sua confessione in cui ha parlato di una “idea stupida” venuta perché si stavano annoiando, ha spiegato che la notte del 4 gennaio, quando attorno alle 2 i tre, che avevano bevuto, hanno tirato la fune, “eravamo molto scherzosi, continuavamo a ridere, io ho ritenuto di seguire il gruppo”: E poi quando “ci siamo resi conto che qualcuno ci osservava dalla finestra”, ossia colui che poi ha chiamato le forze dell’ordine, “ci siamo spaventati e siamo corsi via.

Questo è quello di cui io mi pento maggiormente perché mi sono reso conto che andava tolto il cavo dalla strada, ho detto ‘cavolo devo tornare indietro a togliere il cavo'”. In quel momento “ho pensato che qualcuno si poteva fare male o che comunque avrebbe intralciato il passaggio” e “solo (…) in cella, ho riflettuto e capito che qualcuno poteva morire”. Come riporta il provvedimento del giudice, Baiocco ha affermato più volte che non era loro intenzione fare “danni” e di non essersi subito reso conto “dell’effettivo pericolo”. E che lui, quella sera “triste, con l’umore basso”, ha pensato che uscire di casa gli “avrebbe fatto bene, ma certamente non era mia intenzione fare alcunché per fare del male a qualcuno”. Il ragazzo ha tenuto a dire: “io stavo come facendo il pagliaccio per assecondare i miei amici che ad esempio mi avevano chiesto di entrare a casa mia dalla finestra. Quando stendevo il cavo che loro avevano ancorato da una parte, mi sentivo partecipe del gruppo ed avevo bisogno di approvazione”. I carabinieri hanno già identificato uno dei due complici.

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