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Buscate: infangare Fabio Merlotti è da mascalzoni. Merita rispetto, non processi sommari. E garantismo, contro la barbarie giustizialista- di Fabrizio Provera

Ci sono momenti in cui il garantismo smette di essere una parola da citare nei convegni e diventa una prova di civiltà. È proprio in quei momenti che si misura la serietà di una comunità e la schiena dritta di chi non intende piegarsi alla barbarie del processo mediatico.

La vicenda che coinvolge il sindaco di Buscate, Fabio Merlotti, è uno di questi momenti.

Conosco Fabio Merlotti da decenni. Ne conosco il percorso umano e politico, l’impegno amministrativo, il modo di intendere il servizio pubblico. In tanti anni di attività politica, la sua condotta mi è sempre apparsa specchiata, adamantina, improntata alla correttezza e al rispetto delle istituzioni. È sulla base di questa conoscenza diretta, non di una convenienza del momento, che sento il dovere di prendere posizione.

Lo dico senza giri di parole: Fabio Merlotti è una persona perbene e un sindaco perbene. E non accetto, NON POSSIAMO ACCETTARE (come comunità: umana, politica, giornalistica) che la sua onorabilità venga trascinata nel fango sulla base di dichiarazioni che devono ancora trovare i necessari riscontri.

Al centro della polemica ci sono le affermazioni rese da un collaboratore di giustizia nel processo Hydra, relative a presunti contatti con esponenti della criminalità organizzata per la gestione di una vicenda legata a un alloggio popolare. Merlotti ha respinto categoricamente la ricostruzione, sostenendo che i fatti raccontati siano smentibili attraverso la cronologia degli eventi. Ha inoltre annunciato iniziative legali a tutela della propria reputazione.

C’è un particolare che non può essere ignorato: il sindaco ha dichiarato di aver conosciuto Giuseppe Greco soltanto nel 2021, mentre il racconto colloca i fatti negli anni precedenti. È un elemento concreto, che merita di essere verificato e approfondito, non liquidato per fare spazio a sentenze pronunciate anzitempo.

E allora guardiamo in faccia il problema. Da quando una dichiarazione resa in un’aula di tribunale diventa automaticamente una verità indiscutibile? Da quando il racconto di un collaboratore di giustizia, per quanto meritevole di essere esaminato con la massima attenzione, può trasformarsi in una condanna anticipata nella piazza mediatica?

La magistratura ha il compito di accertare i fatti. I giornalisti hanno il diritto e il dovere di raccontarli. I cittadini hanno il diritto di essere informati. Ma nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di trasformare un’accusa in una sentenza, dimenticando che la credibilità di una ricostruzione si misura anche attraverso i riscontri, le verifiche e la tenuta dei fatti.

È il principio fondamentale della civiltà giuridica: la presunzione di innocenza non è un favore concesso a qualcuno, né un privilegio riservato agli amici. È una garanzia che vale per tutti. Anche quando l’accusa è grave. Soprattutto quando l’accusa è grave.

Il videomessaggio con cui Merlotti si è rivolto ai suoi concittadini dalla pagina Facebook del Comune di Buscate va letto anche in questa prospettiva: quella di un amministratore che sente il dovere di rispondere pubblicamente, rassicurare la propria comunità e difendere la propria dignità. Non è poco, in tempi in cui troppo spesso si pretende che basti un titolo di giornale per distruggere una reputazione costruita in anni di lavoro.

Personalmente, dopo decenni di conoscenza e di esperienza politica, non ho motivo di mettere in discussione (neppure per il tempio d’un battito di ciglia) la stima che nutro nei confronti di Fabio Merlotti. Nessuna ombra può essere agitata strumentalmente per cancellare una storia personale e amministrativa. Se emergeranno elementi concreti, saranno gli organi competenti a valutarli. Fino ad allora, Merlotti ha diritto al rispetto che spetta a ogni cittadino e alla possibilità di difendersi senza essere preventivamente condannato.

E sia chiaro: se un’accusa viene formulata sapendo che è falsa, siamo di fronte a una mascalzonata, tanto più grave quando colpisce l’onore di una persona e la credibilità di un’intera istituzione. Ma proprio perché la posta in gioco è alta, occorre distinguere ciò che è stato raccontato da ciò che è stato provato.

Il giustizialismo selvaggio, quello che individua il colpevole prima ancora di aver verificato i fatti, non è amore per la legalità. È il suo contrario. Perché la legalità non consiste nell’invocare pene e condanne a ogni piè sospinto: consiste nel rispettare le regole, tutte le regole, compreso il diritto di ogni persona a non essere marchiata, anzi ‘mascariata’, sulla base di accuse ancora da verificare.

La lotta alla criminalità organizzata è una cosa seria. Serissima. Proprio per questo non può diventare il pretesto per sospendere il garantismo, alimentare sospetti indiscriminati o sacrificare la reputazione delle persone sull’altare del clamore mediatico.

A Fabio Merlotti va la mia solidarietà personale e umana. Lo conosco da decenni e non intendo prendere le distanze da lui per inseguire il vento della polemica. Le persone si giudicano sulla base dei fatti, della loro storia e della loro condotta, non attraverso processi sommari celebrati sui social.

La giustizia faccia il suo corso. Ma la gogna, quella no. Non può e non deve sostituirsi alla giustizia. Fabio Merlotti è un sindaco (e una persona) perbene. E chi lo accusa- direttamente o velatamente, specie approfittando di articolesse che non saranno mai riproposto con analoga virulenza, quando tutto questa pagliacciata si scioglierà come neve al sole- è soltanto un mascalzone. Punto.

Fabrizio Provera

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