Spegne 25 candeline il Bar Castello di Abbiategrasso, cuore pulsante per amanti di vini, bere miscelato e buon vivere. Grande festa sabato 14 come da programma allegato. Pier Strazzeri, Stefano Guaita e tutto lo staff di uno dei locali storicamente più importanti dell’Est Ticino vi aspettano. Noi vi riproponiamo quanto scritto sul Castello anni fa. Impossibile, almeno per noi, far meglio.. Prosit!
Andavamo al bar Castello per cullarci nella contemplazione di Paola, che skakerava vodka sour roteando voluttuosa, e a noi la Vodka Sour faceva schifo, ma era il cocktail che impiegava più tempo per poterle osservare il voluttuoso seno.
Andavamo al bar Castello perchĆ© se da una parte qualcuno āvoleva creare un bar che fino a quel momento non cāeraā, noi senza aspirare a tanto ci saremmo aggregati volentieri, spettatori paganti al bancone.
Andavamo al bar Castello perchĆ© sin dagli esordi il crudo che farciva le piadine, ottimamente preparate dal Pier, era decisamente più buono e cāha sempre evitato le potenziali epatiti che decine di volte abbiamo rischiato di contrarre nelle notti di Milano, quando si giocava a sopraffare lāebbrezza con panini che infrangevano tutte le norme igieniche (e pure quelle penali).
Andavamo al bar Castello perchĆ© Stefano Guaita sāĆØ inventato, tra i primissimi, un modo finalmente civile di bere il vino, mentre tuttāattorno eravamo fermi al vino alla spina o agli spruzzati, col solo Gallo che predicava nel deserto della periferia la mescita del Monterossa, imposta a suon di parolacce e improperi a malcapitati (e incolpevoli) pensionati.
Andavamo al bar Castello perchĆ© ci sentiamo azionisti, di robusta minoranza, del mobilio accumulatosi negli anni e cresciuto col tempo. Conosco bande di etilisti che nel triennio magico 2002-2004, forse per esorcizzare la paura del post Torri Gemelli (ā¦), scolavano dalle 6 alle 8 bocce di Franciacorta e Champagne, allāaperitivo (..). Erano tra i 4 e i 6. Confesso di aver fatto parte di quella conventicola di alcolizzati gaudenti (ed esigenti..)
Andavamo al bar Castello perchĆ© quel sabato sera che era tutto pieno, e dopo 30 minuti non arrivava la piadina al crudo di cui sopra che alle 23.30 aveva il compito di smaltire lāaperitivo avviato alle 18, ci rompemmo le palle di aspettare e telefonammo col cellulare al fisso del bar. āPronto bar Castello..ā, āPier,quando cazzo arriva la piadina, siamo stremati dallo champa delle 18ā, ed eravamo dentro il bar..
Andavamo al bar Castello perchĆ© āse succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosaā, diceva Charles Bukowski. E ne abbiamo fatto succedere, di cose..
Andavamo al bar Castello perchĆ©, da giovani cronisti dei consigli comunali, quando qualcuno oltrepassava il massimo sindacale delle minchiate (e cogli anni ĆØ successo sempre più spesso), in pochi metri sāaffogava la tristezza in un whisky torbato.
Andavamo al bar Castello quando cāera molta più nebbia di oggi, e il lunedƬ dāinverno a mezzanotte la piazza era bella e sensuale come il privĆ© del Pasha di Ibiza ai tempi in cui cāandavano a broccolare Julio Iglesias, Gigi Rizzi e Tom Staiti. Bastava saperla āsentireā, la piazza
Andavamo al bar Castello perchĆ© incrociare gli occhi di un amico, o di una ragazza, ĆØ decisamente più bello ed autentico che chattare con stiā dannati marchingegni che fanno da metronomo delle nostre vite.
Andavamo al bar Castello perchƩ, varcata quella porta scricchiolante di vecchio ed angusto legno, capivamo la nostra sofferenza rispetto a tutti quanti, fuori da quella porta, erano e sono sempre indietro di qualche cocktail.
Andavamo al bar Castello perché il Gian è uno che mesce col cuore e sogna ad occhi aperti.
Andavamo al bar Castello perché tutti noi, enogastromaniaci, contemplavamo Orietta Piva sorseggiare Barolo o Champagne rosè, abbinati a cosa non lo sappiamo, perché tutti ci siamo innamorati almeno una volta di lei. E al bar Castello il nostro slancio si fortificava, diluendosi in antichi amari.
Andavamo al bar Castello perchĆ© nei bar il NOI conta più dellāio.
Andavamo al bar Castello perchĆ©, molte lune fa, il supremo Andrea G. Pinketts bevette unāautocisterna di Americano (o Negroni, o tuttāe due, non ricordiamo), e Pinketts ĆØ quello che che ha fatto lāaccompagnatore di modelle americane, ha sfidato la malavita slava e le infiltrazioni camorristiche nella riviera romagnola, ha fatto patti di sangue con amici baristi, ha conosciuto gli scrittori e i registi più famosi del mondo, ha bevuto molto, pensato molto, scritto molto, amato molto e si ĆØ intrufolato nella Alcolisti Anonimi per vedere lāeffetto che fa smettere di bere. Insomma, ĆØ uno coi controcazzi.
Andavamo al bar Castello perchĆ© il Pier non sāĆØ scelto una vita facile. E bisogna avere la forza di condividere le proprie debolezze. Noi, da lui, abbiamo imparato (anche) quello.
Andavamo al bar Castello perchƩ ogni volta, negli ultimi due anni, sognavamo di incontrare Chiara Beretta, Nostra Signora del Bere Miscelato Colto.
Andavamo al bar Castello perchĆ©, valicate le colonne dāercole del terzo Gin Tonic, ci ronzavano nella mente le parole del Maestro Franco Califano: āIo di notte il giro il re dei disperati/ io che ho sempre riso degli innamoratiā.
Andavamo al bar Castello perchĆ© non molto tempo fa, quando i nostri capelli giĆ cominciarono la strada verso lāincanutimento e lāimbiancamento, riuscimmo finalmente a portar fuori quella ragazza lĆ . Ed era giovedƬ, e respinto ogni tentativo di abbatterla con lāorgoglio dellāetilista maschio (al settimo od ottavo cocktail condiviso, neppure ricordo), biascicammo āil contoā e, portatola sotto casa, entrambi adulti single e con case libere, bastò uno sguardo per dirsi āandiamo a limonare nei prati, come i ragazzini chāeravamo 20 e rotti anni faā. E le stelle fecero da sfondo plaudente a un lunghissimo, interminabile bacio tardo adolescenziale.
Andavamo al bar Castello perché, in ultima istanza, è sempre stato il posto migliore per invecchiare senza diventare adulti.
E per questa ragione cāandiamo ancora. E non smetteremo mai, di ācoltivareā questo cosƬ rutilante vizio (di vivere, bere, amare e sognare).
Promessa mantenuta, Pier
Fabrizio Provera





















