Quattro anni sono un periodo lungo, lunghissimo qualora si tratti di sport. Un’eternità per il tennis. È il tempo che Lorenzo Musetti, che restava il Magnifico anche in assenza di glorie effimere buone soltanto per gli almanacchi, ha impiegato non tanto per tornare a sollevare un trofeo, ma per giocare come piace a lui. Meglio, con la fiducia che serve per sostenere il tennis che ha scelto di fare.
Parlare in Italia di Lorenzo, nell’epoca di Sinner e del cucuzzaro di neoadepti che le vittorie si portano appresso con tutte le disgrazie del caso, non è la cosa più entusiasmante al mondo e ci si immagina di non dover spiegare il motivo. In piena bonipertizzazione tennistica, che ha fatto a brandelli un’isola mediamente felice per restituirne un contesto ormai non così dissimile da altri storicamente meno edificanti quanto ad aficionados, cercare di fare comprendere l’esigenza vitale per il movimento di uno come Lorenzo che “non vince mai” è impresa ardua.
Perché, poi, i tornei li incamera quell’altro o, addirittura, adesso capita pure che li sollevi uno come Zverev che, manco a dirlo, in tempi di Golden Age avrebbe potuto attendere il suo turno all’infinito, ma tra qualche settimana potrebbe chiudere la stagione in vetta al ranking mondiale. In effetti, sull’universo tennis, potrebbe pure piovere.
Così, un giocatore che a definire meraviglioso si commette errore per difetto, nella narrazione tossica inaugurata, pur senza colpe proprie, dal Fedal, è universalmente inquadrato nella cerchia dei perdenti. Peraltro, come se saper giocare bene a tennis e vincere, ora che con gli attrezzi contemporanei la porta è aperta pure ai maniscalchi, fossero concetti sovrapponibili.
Lorenzo, in tal senso, è un visionario, baciato dagli dèi dello sport che fu pallacorda nonché ecosistema da gesti bianchi prima di assumere le sembianze odierne. Uno che cestina il concetto di funzionale o di percentuale, giusto per intendersi, per sposare quello della policromia, che rappresenta la via più tortuosa per emergere nel tennis delle racchette bazooka e delle superfici omologate.
Talento è parola spesso usata male, taluni addirittura confondono con disprezzo il talentuoso con il circense. Talento, al solito per scomodare il Maestro Tommasi, è invece la capacità di risolvere con semplicità situazioni tecniche precluse ai più.
Lorenzo, in quest’ottica, è giocatore che non avrebbe per certo sfigurato anche quando, esattamente trent’anni prima, il numero sei delle classifiche, anziché Cobolli – nulla di personale con Flavio, ma rappresenta il giocatore di più alta classifica sconfitto in settimana da Musetti -, era Boris Becker e la vittoria di un fenomeno come Richard Krajicek a Wimbledon era salutata come una sorpresa, tanto era esagerato il livello medio.
Il “perdente” Musetti, con la colpa, agli occhi della critica da curva, di aver perso in fila una marea di finali, deve esibire una condizione psicofisica senza macchie per supportare un tennis di una complessità unica, pari almeno alla numerosità delle soluzioni che propone. E non è nemmeno fortunato quanto a salute, che sembra accanirsi sempre sul più bello, quasi a volerne minare le certezze.
Per esempio, quando, mentre stava massacrando lo stesso Djokovic che poi avrebbe estromesso Sinner dalla corsa agli Australian Open dello scorso gennaio, la solita noia muscolare lo ha rispedito a casa, costringendolo a mesi durissimi per ricostruire morale, testa e gambe. E non è stata l’unica volta. Ma per i feticisti della conta dei punti, che le implicazioni dello sport del diavolo non sanno neanche dove alberghino, perde e basta.
Una settimana, quindi, che restituisce un Lorenzo in fiducia e in salute, che l’ha visto sciorinare variazioni balistiche come nei giorni belli, al punto da fare sembrare un buonissimo giocatore come Taylor Fritz un Carneade. Mai in grado, l’americano, di issarsi almeno fino a una palla break nell’arco dell’intera finale, a testimonianza del controllo del match pressoché totale esercitato dal carrarino.
Prima di leggere urbi et orbi che Lione non è Wimbledon – cosa avremo fatto di male per meritarci tutto ciò – dalla Francia soltanto buone notizie. È ancora possibile investire due ore di tempo per uno spettacolo di qualità e non serve augurarsi che Alcaraz non sia intruppato in un party ibizenco affinché ciò accada: è sufficiente appuntarsi quando gioca Musetti.
Magnifico per genesi













