Giovannino Guareschi: una memoria che resiste, un’eccellenza italiana conosciuta nel mondo
La fiction Rai dedicata a Giovannino Guareschi ha avuto il merito di riportare sotto i riflettori uno degli italiani più conosciuti e letti del Novecento. La prima riflessione nasce spontanea: possibile che uno scrittore di questa grandezza abbia dovuto aspettare quasi sessant’anni dalla sua morte, avvenuta nel 1968, per ricevere una vera fiction televisiva nazionale dedicata alla sua vita?
Parliamo di un autore che ha venduto oltre 20 milioni di copie nel mondo, tradotto in centinaia di edizioni e decine di lingue. Secondo diverse ricostruzioni, le edizioni internazionali delle sue opere superano le 300, mentre altre fonti parlano di oltre 400 edizioni pubblicate in tutto il mondo. Ancora oggi Guareschi è considerato uno degli scrittori italiani più tradotti e più letti all’estero.
Con il suo Mondo Piccolo è riuscito in un’impresa straordinaria: trasformare un piccolo paese della Bassa Padana in un universo capace di parlare a milioni di persone. Don Camillo e Peppone non raccontavano soltanto l’Italia del dopoguerra, ma le passioni, i conflitti e le speranze di ogni comunità umana.
I numeri del successo sono impressionanti. Il primo libro di Don Camillo superò il milione di copie vendute in Italia e raggiunse circa 800.000 copie nella sola Francia, un risultato eccezionale per un autore italiano dell’epoca. Negli Stati Uniti le prime edizioni registrarono oltre 250.000 copie vendute, mentre il successo si estese rapidamente in Germania, Gran Bretagna, Spagna e molti altri Paesi.
Anche il cinema contribuì a rendere immortale il mondo creato da Guareschi. Il primo film Don Camillo, uscito nel 1952 con Fernandel e Gino Cervi, incassò circa un miliardo e mezzo di lire, una cifra enorme per l’epoca. Ancora oggi figura tra i film più visti nella storia del cinema italiano. I cinque film della serie conquistarono milioni di spettatori e contribuirono a diffondere l’immagine dell’Italia in tutto il mondo.
Per questo la fiction lascia un po’ di amaro in bocca. Un personaggio di tale statura avrebbe meritato almeno due puntate. Alcuni passaggi fondamentali della sua vita sono stati affrontati troppo rapidamente. La prigionia nei campi tedeschi dopo l’8 settembre 1943, l’esperienza giornalistica, le battaglie culturali e il successo internazionale avrebbero richiesto maggiore approfondimento.
Eppure sarebbe ingeneroso non riconoscere il valore dell’opera. Le ambientazioni sono curate, molte frasi restituiscono bene il carattere dello scrittore e il risultato finale permette a una nuova generazione di conoscere una figura che troppo spesso è stata dimenticata.
Ed è proprio qui che emerge la grandezza di Guareschi.
Era un anticomunista dichiarato, ma non fu mai un uomo disposto a piegarsi al potere. Criticò duramente il Partito Comunista, ma non risparmiò neppure la Democrazia Cristiana quando riteneva che avesse sbagliato. Questa indipendenza lo rese scomodo a molti.
Pagò personalmente le conseguenze delle proprie scelte. Fu uno dei rarissimi giornalisti italiani a scontare una pena detentiva per una vicenda legata alla propria attività giornalistica. Non cercò scorciatoie né protezioni. Aveva torto alcune volte? Certamente. Ma ebbe sempre il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
La fiction mi ha portato a riflettere su tre aspetti.
Il primo è che le ideologie cambiano nome ma spesso mantengono gli stessi limiti: la difficoltà ad accettare il dissenso e la scarsa inclinazione all’autoironia.
Il secondo è che gli attacchi frontali raramente cambiano le idee delle persone. Le convinzioni profonde non si abbattono con gli slogan. Per cambiare una mentalità servono dialogo, cultura e tempo.
Il terzo è che il potere, di qualsiasi orientamento, ha quasi sempre una limitata capacità di autocritica. È una caratteristica che attraversa tutta la storia politica italiana.
Ci sono poi tre fatti che considero importanti.
Primo: Guareschi pagò per i propri errori e per le proprie scelte.
Secondo: in Italia essere davvero indipendenti è spesso più difficile che schierarsi.
Terzo: molte delle divisioni ideologiche del Novecento continuano ancora oggi a influenzare il dibattito pubblico e culturale.
Forse le ferite della nostra storia non si sono mai chiuse del tutto perché, in fondo, mantenerle aperte conviene a qualcuno. È più facile accendere gli animi che stimolare il ragionamento.
L’Italia continua spesso a vivere di contrapposizioni, di tifoserie e di nemici da individuare. In questo contesto l’insegnamento di Guareschi appare sorprendentemente moderno. Don Camillo e Peppone si combattevano ogni giorno, ma non smettevano mai di riconoscersi come parte della stessa comunità.
Alla sua morte, nel luglio del 1968, non ricevette forse l’attenzione che avrebbe meritato. Eppure il tempo è spesso il giudice più severo e più giusto. Oggi Giovannino Guareschi continua a essere letto, ristampato, studiato e amato in tutto il mondo. I suoi libri continuano a vendere a decenni dalla sua scomparsa e i suoi personaggi restano tra i più conosciuti della letteratura italiana.
Questa è la vera vittoria degli uomini di cultura: sopravvivere alle polemiche, alle mode e alle convenienze del momento.
Giovannino Guareschi non appartiene a una parte politica. Appartiene alla storia culturale italiana.
È una memoria che resiste. È un’eccellenza italiana conosciuta nel mondo. E forse proprio per questo non dovrebbe mai essere dimenticata. «Arriverà un tempo in cui ci vergogneremo delle nostre eccellenze.»
Spero che quel giorno non arrivi mai.












