L’Italia è un paese molto strano. O molto nostrano, che è lo stesso.
Siamo l’unico popolo al mondo che mette “mi piace” su tutto: sul cane del vicino, sul tramonto, sul talent del condominio, sul piatto di pasta scotta della cugina. L’unica cosa su cui da 33 anni non ci è permesso mettere “mi piace” è il politico.
Ci hanno spiegato che era per il nostro bene. La pastiglia che doveva uccidere la mafia.
Storia clinica, con dati.
Fino al 1991 in Italia votavi fino a 4 preferenze. Scrivi il nome. Segno che conosci qualcuno.
Poi arriva il referendum di Mario Segni, 9 giugno 1991: 29,6 milioni di italiani al voto, 62,5% di affluenza, 95,6% dice SÌ all’abolizione della preferenza multipla. Si passa alla preferenza unica. Slogan: “Con la preferenza unica si uccide la mafia”.
Beh. La pastiglia non era giusta.
La mafia è viva, vegeta, ricca, e ora ha pure la laurea, il master in PNRR e la PEC. La preferenza unica è durata una sola elezione, quella del 1992.
Poi nel 1993 arriva la legge Mattarella: collegi uninominali e liste bloccate per il proporzionale. Niente più nomi.
Poi nel 2005 il Porcellum di Calderoli: proporzionale con liste bloccate lunghissime. La legge definita dallo stesso Calderoli “una porcata”. La Corte Costituzionale nel 2014 la boccia e dice: reintroducete le preferenze. Risultato? Non le reintroduce nessuno.
Oggi votiamo col Rosatellum: 37% collegi secchi, 61% listoni bloccati. Dove metti nani e ballerine, ex soubrette, generi di Tizio e gente in cerca di poltrona.
Per 30 anni tutti le volevano, le preferenze. Poi tutti hanno avuto paura delle preferenze.
Il proporzionale è il sistema del mal governo? Ce l’hanno venduta così: il proporzionale è spesa, corruzione, instabilità.
Peccato che da quando abbiamo tolto le preferenze:
1. Il sindaco di un borgo di 800 anime è diventato un politico a tempo pieno. 2. Lo stipendio dei politici è aumentato più delle spese degli enti. 3. Abbiamo tagliato gli onorevoli. Eravamo 945, dal 2020 siamo 600: 400 deputati e 200 senatori. Risparmio sbandierato: 100 milioni l’anno. 4. Abbiamo aumentato i consiglieri regionali, ormai onorevoli pure loro, con indennità fino a 6.598 euro netti al mese. Costo totale annuo solo per loro: 211 milioni di euro. 5. Abbiamo un esercito di 145 mila amministratori locali tra parlamentari, regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali. 6. Tagliamo qui e aggiungiamo di là: consorzi, enti privati ma con un unico azionista che è… un ente pubblico. Morale: più spese, meno servizi, più problemi.
Lavori per pagare. E per dare pappa pronta al tuo esattore: vedi la raccolta differenziata. Tu differenzi, lavi, separi, compatti, e poi paghi. Lavoro gratuito per l’azienda municipalizzata.
Il paese in cerca d’autore
Pirandello ne aveva sei di personaggi in cerca d’autore. Noi ne abbiamo molti di più. Siamo un paese di troppi attori senza autori. Hanno solo un copione, sempre lo stesso. Il coro in tonalità… nooo.
E il dramma è questo: in un paese dove voti anche il gatto, la politica era l’unica a non prendere preferenze.
Io nelle mie esperienze politiche ne ho sempre prese poche. O non a sufficienza. Scrivere il nome era un gesto che facevi solo alle comunali, regionali ed europee. Solo a Roma non mettevi la preferenza. Io speravo in un posto nel listino bloccato, ma c’era una coda lunga. Lunghissima.
Perché diciamocelo: vista la competenza messa nelle liste bloccate, forse la monarchia non è morta nel 1946. Molti vogliono l’elezione per diritto divino. Essere nominati direttamente da Dio. O da se stessi, che vale di più.
I partiti sono diventate piramidi rovesciate. In cima uno, sotto tutti a reggere. Lasciavano libertà ai viceré che non arrivavano neanche in regione: né listino, né preferenze, per mancanza di fondo… elettori.
E allora perché tornare alle preferenze?
Perché di negativo ne hanno già parlato e ne parleranno quelli che hanno paura di perdere la poltrona. Io vi dico tre fatti simpatici e positivi.
Primo: i politici dovranno tornare a conoscere il territorio. Stringere mani sporche e callose, sorridere a dentature sdentate, sopportare aliti puzzolenti pure nei più piccoli centri. Perché conterà fino all’ultimo voto, per 5 anni da nobile. Non basta più una telefonata al capo.
Secondo: dovranno vedere un territorio ormai con abiti non più nostrani, con l’odore di cibi etnici, con la desolazione e il non-futuro per i giovani nelle province. Quella che non vedi dal finestrino del Frecciarossa.
Terzo: la gente avrà più stimoli e verrà stimolata. Torneranno le cene, i cotillon, i buffet e i gadget. L’elettore non sarà più un numero da listino, ma uno da convincere. E magari torna a votare.
L’affluenza è passata dall’87% del 1987 al 63,9% del 2022. Abbiamo tolto le preferenze e abbiamo tolto la gente dai seggi.
Chi ha paura delle preferenze? Non siamo in monarchia? O no?
Forse c’è una grande paura di stare a casa, di vedere la realtà, che la gente torni a mettere un nome e non solo un like.
L’Italia accusa la malattia per poi dire che la malattia è la cura. Prima togli le preferenze perché c’è la mafia. Poi dici che le preferenze danno più attacco al territorio, pure con la mafia dentro.
Beh, un problema ci vuole. Altrimenti che ci stiamo a fare noi, attori senza copione?












