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VENEZIA (ITALPRESS) – È un viaggio fino alla fine del mondo, o meglio della vita, quello che intraprendono i due agenti CIA in avanzato stato di servizio protagonisti di “Wild Horse Nine”, il nuovo film di Martin McDonagh visto in Concorso a Venezia 83. A interpretarli sono due attori che da sempre lavorano di fino su personaggi scritti a caratteri cubitali come John Malkovich e Sam Rockwell. E, considerando che alla scrittura e alla regia c’è un autore che su quelle dimensioni ha costruito una carriera con film come “In Bruges”, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” e “Gli Spiriti dell’Isola”, si può facilmente capire dove vada a parare il film. Siamo nel 1973, a Rapanui, l’Isola di Pasqua, a pochi mesi da quel fatidico settembre del golpe cileno che vedrà cadere il sogno della democrazia assieme a Salvador Allende. Sull’isola arrivano Chris e Lee, due agenti CIA che in realtà non sono in servizio ma più o meno in vacanza: Chris (John Malkovich) è visibilmente stanco e malato e Lee (Sam Rockwell), col quale ha fatto coppia per anni, lo accompagna per un motivo ben preciso che scopriamo presto. Chris ha un tumore allo stadio terminale e i pochi giorni da vivere che gli restano vuole trascorrerli sull’Isola di Pasqua, vedendo le “teste giganti”, come le chiama lui, e facendola finita con la vita e con tutto il suo sporco passato di agente CIA. Lee lo ha accompagnato per esaudire il suo desiderio di essere ucciso dignitosamente con un colpo di pistola in testa sparato da un amico in maniera professionale, ma anche per rispondere agli ordini di MJ, il loro capo (uno Steve Buscemi straordinario), preoccupato per l’intenzione di Chris di scrivere le sue memorie e bisognoso di ritrovare il fucile usato per l’assassinio di Kennedy, apparentemente in possesso dell’imprevedibile Chris.
Su questo schema da classico “buddy movie”, in cui due agenti uniti da lunga amicizia, si trascinano tra schermaglie e pericoli condivisi, Martin McDonagh costruisce un film che dialoga con l’ampio respiro delle vicende storiche evocate (la Dallas della fine di John F. Kennedy, la Santiago della fine di Salvador Allende) per raccontare la fine del sogno di un mondo democratico mentre racconta la morte di un agente della CIA. “Wild Horse Nine” gioca con gli elementi che mette in campo lasciando che sia lo spirito decadente del protagonista, espresso magnificamente da un John Malkovich che mira chiaramente a qualche premio, a guidare il relativismo con cui tutto è visto e narrato: il destino delle persone e degli stati, l’ineluttabilità del male che ha il controllo del mondo e nulla è possibile fare per fermarlo. L’incontro con il personaggio della studentessa cilena, che Chris mette in guardia sul futuro che aspetta lei e i suoi compagni di lotta, rivelando i piani della CIA, fa il paio con la presenza simbolica del cavallo selvaggio, cui fa riferimento il titolo, che lo segue come un monito sul suo passato e sul suo immediato futuro. Martin McDonagh costruisce la parabola con la sua solita maestria, creando rimandi e tensioni interne che gravano sui personaggi rivelandoli progressivamente e consegnandoli al loro immutabile destino tra momenti memorabili e epifanie inattese. Come, per esempio, la straordinaria scena della telefonata di Chris al fratello che non sente da dieci anni, dove dall’altro capo del telefono scopriamo un magnifico Tom Waits che vive disperso nella Monument Valley.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).











