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Che figuraccia la nostra Nazionale, quando la politica invade e distrugge tutto

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C’è un momento in cui capisci che è finita. Non è quando perdi con la Macedonia. Non è quando non ti qualifichi. È quando vedi la Nazionale e non riconosci più nessuno. Né la maglia, né la faccia, né l’idea.

Il pallone era lo sport del popolo. Ora è il salotto della politica. Che entra ovunque, mette il becco ovunque, sgonfia tutto. Pure il pallone.

Sì, lo so cosa state per dire. Che Silvio c’era dentro in tutto. Vero. Ma il Silvio era il Silvio. Sapeva di pallone, di spogliatoio, di televisione e di barzelletta. Dopo di lui solo diluvio, veleno e odio. Solo comunicati, commissioni, moralisti a ore e dirigenti che non hanno mai preso un pallone al volo nemmeno per sbaglio.

Ma partiamo dalle giovanili, che è lì che si vede il casino nazionale.

Quanti ragazzi giocano ancora per strada? Al parco? All’oratorio? Zero. Non esistono più. Oggi c’è la scuola calcio: tre ore a settimana, parcheggio per i genitori, borraccia griffata, e pretendi di diventare un giocatore. Ma dove vai?

Io mi ricordo il glorioso Cerano Calcio. Il presidente Farinelli, uomo vero, di quelli che non esistono più. Ad agosto? Non c’era il mare. C’era NRL, pallone, campi veri. Tutto a spalle della società, tutto col cuore. Vicino al campo c’era un prato, quello adibito a “sgambamento”, dove noi restavamo tutto il giorno dopo l’allenamento a giocare finché non si vedeva più la palla. Quello era il vivaio. Quello era il settore giovanile.

E la politica? La politica stava fuori. Discreta, zitta, perché di sport non capiva una mazza. Ed era meglio così.

Poi la politica è entrata nel pallone. E lo ha sgonfiato.

Siamo diventati un paese dove i giovani italiani non vengono considerati. Dove le squadre scarse, quelle che dovrebbero lanciare i ragazzi, hanno 11 stranieri in campo. Se piange la Nazionale, figuriamoci i club: non vinciamo più neanche contro le norvegesi. Con tutto il rispetto per la Norvegia, ma noi eravamo il campionato più bello del mondo. Ora è il più noioso del pianeta. VAR, polemiche, procuratori, plusvalenze e zero gioco.

E poi Pirlo. Andrea Pirlo. Uno che il pallone lo accarezzava. Scommette? No, gioca? No. Fa il testimonial per un’agenzia russa. Risultato: bannato a vita. Pena di morte. Appeso alla traversa della porta. Ma si può? Il pallone deve unire, non dividere. Sempre due pesi e sei misure. Potrei fare un elenco di incongruenze lungo come la Treccani, ma non basterebbe.

Adesso si riparte, dicono. Ma senza giovani in campo, dove vuoi andare?

Le nostre nazionali minori, quelle sì che sanno farsi rispettare. Vincono Europei, vanno in finale. E poi? Quanti di quei ragazzi li vedi titolari in Serie A? Nessuno. A 24 anni da noi sei ancora “giovane di belle speranze”. A 26 sei già vecchio da rottamare. Li bruci. O meglio, li fai marcire in trincea, in Serie C, in prestito al prestito del prestito.

Diamo la nazionalità a tutti, per decreto, per convenienza. Ma non facciamo giocare quelli che abbiamo già in casa. Geniale.

Certo che la politica dovrebbe stare fuori dal 70% delle cose dove mette il becco. Perché molto spesso, in Italia, è meglio non fare nulla che fare danno. Hanno trasformato ogni angolo in un casino e poi la colpa è degli italiani. Di chi gioca. E soprattutto di chi fa lo sponsor.

Mi manca Oronzo Canà. Sì, l’Allenatore nel Pallone. Quel genio di Lino Banfi che con la Longobarda ci faceva sognare più di Coverciano. Almeno lui diceva: “5-5-5, modulo a farfalla”. Almeno lui aveva un’idea. Almeno lui amava Aristoteles. Oggi abbiamo moduli inventati dai politici, non dai mister.

E allora W la radiolina. W la schedina giocata al bar la domenica mattina. Quando mettere troppa fantasia era un’eresia, è vero, ma almeno c’era la poesia. C’era il fango, c’era l’oratorio, c’era il prato di Cerano, c’era Farinelli che ti urlava.

Ora c’è solo il silenzio di uno stadio vuoto di idee.

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