HomeCronacaLa tragedia del Ministro Roccella e il delirio dei finti moderati

La tragedia del Ministro Roccella e il delirio dei finti moderati

Una volta sentivi certe sparate al bancone del bar, e finiva lì. Le discussioni accese, i giudizi trancianti, l’imbecille di turno: ci sono sempre stati. La differenza è che oggi quella fauna ha una connessione internet, e il bar è diventato il mondo intero.

L’ultimo caso cronache politico-mediatiche, che ha visto coinvolto il ministro Eugenia Roccella, offre lo spunto perfetto per tre riflessioni che prescindono dall’indignazione di facciata o dai processi antropologici. Il cattivo gusto, se c’è stato, si condanna e basta. Non servono preamboli sulla “caratura della persona”. Le condoglianze bastano; il resto sono formule ipocrite che faremmo meglio a tenere per noi.

Ma quello che è successo nelle ore successive al fatto fotografa perfettamente la malattia che sta divorando il nostro dibattito pubblico.

1. L’oracolo istantaneo e il bisogno di emettere sentenza
Partiamo da un dato di realtà: Eugenia Roccella non è mai stata un ministro da prima linea mediatica o da share in prima serata. Fino a ieri, la sua attività era sconosciuta al grande pubblico. Eppure, in pochissime ore, la rete si è popolata di dotti analisti del suo operato, della sua storia politica, delle linee guida del suo ministero.

Siamo onesti: chi segue davvero, H24, i lavori del Ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità? Chi ne legge le relazioni, i decreti, le audizioni? Nessuno, o quasi. E allora come si fa a dispensare giudizi “estremamente negativi” con la sicurezza di un oracolo? Non si può. Non è credibile.

Quello a cui assistiamo non è diritto di critica, è altro: è il bisogno nevrotico di emettere una sentenza immediata. Assoluzione o condanna, timbro e via. L’importante è posizionarsi sul mercato delle opinioni.

2. La maschera dei “finti pacati”
In questo tribunale permanente, la fauna più pericolosa non è quella degli urlatori seriali. Quelli si riconoscono subito. A fare paura è la categoria dei “finti moderati”. Quelli che esordiscono con la finta umiltà del “io non sono il custode del sapere, ma leggo”, per poi dispensare pillole di onniscienza senza pari.

Sono i giudici-giurati del nostro tempo. Hanno già deciso chi è il “cafone”, chi è il “cattivo”, chi va messo all’angolo “come un bambino un po’ vivace”. E mentre ti spiegano con condiscendenza quanto quel ministro non sia all’altezza, ti concedono magnanimamente la loro assoluzione.

Viene da chiedersi: ma chi pensano di essere? È un delirio di onnipotenza. Spesso atei per scelta, ma costantemente in posa come se fossero Dio. Internet ha dato a queste persone il palcoscenico perfetto per nutrire il proprio Super-Iper-Io. La loro “fibra moderata” non è uno strumento di dialogo, ma filo spinato usato per marcare il territorio. Non è confronto: è controllo psicologico del dibattito.

3. L’opposizione permanente e la severità a geometria variabile
Perché questa foga critica H24 su tutto e tutti? La risposta è squisitamente politica: la rabbia di non essere al comando, il desiderio viscerale di tornare in sella. Del Paese reale si parlerà dopo; prima viene l’urgenza di ristabilire le gerarchie, di far capire chi comanda il dibattito, chi ha il diritto di decidere cosa sia giusto o sbagliato, chi può parlare e chi deve tacere.

Questo meccanismo poggia su tre pilastri ipocriti:

L’indignazione a orologeria: Molte delle emergenze e degli scandali attuali svaniranno magicamente non appena cambierà il timoniere del Paese. Quando il vento politico gira, la tempesta si placa d’incanto.

I filtri di severità: Non vedremo lo stesso puntiglio critico nei confronti dei futuri naviganti. Gli stessi commentatori che oggi vivisezionano ogni singola sillaba del ministro di turno, domani – davanti ai propri beniamini – scopriranno la complessità, il contesto, le attenuanti.

Il gioco delle parti inverse: Se lo stesso identico episodio avesse colpito un protagonista dello schieramento opposto, avremmo assistito al medesimo clamore? Alla stessa severità? Certamente no. Spesso sono proprio le figure che si autoproclamano più democratiche e passive a scatenare i fumi peggiori, distorcendo la realtà con l’avallo della propria presunta “competenza”. Una maschera perfetta, perché nell’immaginario collettivo chi è pacato non può mentire.

Difendere un metodo
Il punto di questo ragionamento non è prendere le difese di Eugenia Roccella. Il punto è difendere un metodo, un briciolo di igiene mentale collettiva. Se c’è da condannare un gesto, si condanna il gesto. Se c’è da fare le condoglianze, si fanno le condoglianze. Punto.

Tutto il resto — il processo politico all’essere umano, la sociologia spicciola, la fustigazione pubblica — è solo rumore di fondo. È la voglia di sentirsi custodi del bene mentre si fa cinica politica di posizionamento.

Al bar, una volta, finiva lì con un’alzata di spalle. Oggi, in questo bar globale senza pareti, faremmo bene a ricordarcelo.

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