Gruppo Iseni Editori

Max Ferrari e Marco Linari, il ricordo di Umberto Bossi ‘vergato’ da due (allora) giovani barbari sognanti

Parole che colgono l'essenza del verbo bossiano

+ Segui Ticino Notizie

Ricevi le notizie prima di tutti e rimani aggiornato su quello che offre il territorio in cui vivi.

“Bossi l’aveva detto”. Giusto settimana scorsa a Strasburgo, ce lo raccontavamo e ognuno ricordava una frase del Capo sulla “Unione Sovietica Europea”. Tre giorni fa a Gallarate, alla riunione dei militanti della provincia di Varese c’erano ancora tanti di quelli che c’erano negli anni 80 e uno viene e dice:”ve li ricordate i tempi del 3%? Sono stati i più belli!” Tutti hanno annuito.

E ancora più bello fu l’inizio: un gruppo di uomini intorno a un capo tribù carismatico (un pellerossa venuto da Varese, scrisse Pansa) che ne ascoltavano il verbo quasi religiosamente e si sentivano depositari dell’eredità e del futuro di un popolo che aveva fatto la storia ma che era stato estromesso dal presente e rischiava di non avere futuro. Se ci penso ora è incredibile come noi 4 gatti fossimo certi che l’Umberto (come si permettevano di chiamarlo solo i vecchissimi e le donne cui tutto era concesso) ci avrebbe portato alla riscossa. La Lega era una fede, e il Capo era il nostro profeta. Ho conosciuto moltissimi politici di alto livello in tutto il mondo e posso dire che solo una manciata aveva quel carisma. Uno era Haider, con cui infatti c’era reciproco magnetismo. Non era un amante della politica estera ma si faceva raccontare le novità e tirava le conclusioni di un esperto. Ricordo ragionamenti da geopolitico di rango su Iraq e Serbia. Restando ai Balcani ricordo l’esaltazione di noi ventenni in partenza nel 1991 per Zagabria in guerra.

Bossi ci guardava con quel suo sorriso, non ci aveva chiesto lui di partire, non ne era entusiasta perché sapeva bene che avremmo potuto causargli delle rogne e essere attaccati dai giornali (come accadde) ma noi volevamo dimostrare qualcosa e lui non voleva stroncarci, così disse semplicemente:”Non fate troppe cazzate”. Maroni più preoccupato e premuroso venne alla partenza dei camion a raccomandarsi più volte:”ragazzi pensateci bene, non mettetevi nei casini”. La Lega era così: sì un partito leaderistico ma dove il leader lasciava ampio spazio all’iniziativa di chi ne aveva. Personalmente ricordo di aver fatto mille cose di cui Bossi non era entusiasta e magari diceva “i soliti piantagrane” ma lasciava fare. Quando tornai in Lega dopo la parentesi del Fronte Indipendentista mi disse semplicemente:”adesso che sei andato a sbattere contro il muro hai visto che non è facile”? Si ricordava tutti i nostri discorsi di giovani incendiari sulla secessione, la via Migliana, l’esempio croato etc. Ma lui non voleva vedere nessuno di noi in galera. La gente fuori spesso pensava che Bossi spingesse i giovani su posizioni estreme.

Era il contrario. Le urla pro secessione a Pontida mentre parlava Miglio (cui fecero piacere) lo fecero incazzare perché lui stava facendo trattative di alto livello sul federalismo e le sparate dei descamisados rischiavano di compromettere tutto. Ci fece sapere senza giri di parole cosa pensava della nostra fuga in avanti ma lasciò correre. Si ispirava ai nostri vecchi ma credeva nei giovani e tanti giovani hanno creduto in lui. Non è andata come abbiamo sperato, non abbiamo ottenuto quasi niente e oggi la situazione è mille volte peggio di allora, ma almeno ci abbiamo provato. Grazie Capo per averci regalato un sogno.

Max Ferrari

Ci ho scritto un libro sulla sua Lega. E “Il Volo Padano” rappresenta senz’altro l’esperienza letteraria finora più divertente della mia carriera. Merito di Umberto Bossi, il fondatore, ovvero un genio della politica, ma anche un uomo dai tratti rivoluzionari e dallo stile ruvido, che mescolava il decisionismo alla provocazione, la finezza politica alla prepotenza, il carisma alla spacconaggine, con atteggiamenti viscerali, estrosi e talvolta paradossali, senza mai lesinare colpi di scena e sparate utili al gioco.

L’ho seguita tutta la parabola di quel movimento che è nato a due passi da casa mia, quand’ero un ragazzino. In uno scatolone in cantina conservo una gigantesca bandiera della Lega Lombarda con l’autografo del Senatur. La firma me la fece a un comizio che tenne in un teatro della mia città: ai tempi del liceo mi affascinavano le battaglie federaliste, le tesi del professor Miglio, la voglia di dare sfogo alla rabbia orgogliosa del Nord, così come l’esuberanza della nuova classe politica interpretata da ragazzi come Marco Reguzzoni. Da giovanissimo fui in qualche modo attratto anch’io da quella gigantesca illusione. Fu una suggestione forte, ma la ricordo ancora bene nella sua inspiegabile capacità di fascinazione.

La Lega delle origini – che c’entra ormai quasi nulla con quella di oggi – aveva d’altronde dentro un pensiero rivoluzionario. Il Senatur aveva avuto l’intuizione ma anche la capacità di mettere assieme il pulviscolo di partitini federalisti e secessionisti sparsi nelle regioni del Nord, fondendoli in un unico progetto. Tanti ci avevano provato prima di lui, senza successo. Invece il Senatur trovò la chiave per aprire la porta che teneva legati egoismi e primogeniture.

La palla di neve diventò valanga grazie a lui. Fino alla malattia si dimostrò un gigante, certamente discutibile, a volte spregiudicato, ma tremendamente intelligente.
Poi arrivò l’ictus a piegarlo, a ruota gli scandali, così l’Umberto è finito nel tempo in un angolo, sempre più dimenticato, a volte tollerato a fatica, ma ancora lucido, benché impossibilitato ad incidere.

L’ho intervistato in numerose occasioni, non negli anni ruggenti, ma in quelli un po’ tristi del declino. È capitato anche alle 2 di notte, sotto il gazebo di qualche festa leghista, al millesimo sigaro e alla centesima Coca Cola.

Francesco Speroni mi ha raccontato decine di aneddoti sulla Lega degli esordi, quando lui e Bossi erano inseparabili. Mi ha ricordato le sue sfuriate, i viaggi infiniti, le telefonate alle tre di notte, la prima elezione politica in cui sia lui che il Senatur raccolsero 6 misere preferenze a testa. Sono storie che consegnano l’immagine genuina di un politico di razza, visionario, estroso, a tratti cialtronesco eppure terribilmente geniale.

Nel finale del suo viaggio gli sono state scaricate addosso tante colpe, alcune evidenti, tante altre eccessive. Molto spesso l’Umberto è semplicemente finito vittima della sua troppa leggerezza nel (non) curare gli aspetti del movimento che non fossero quelli prettamente politici.

Non era infallibile, né facilmente gestibile. A Busto resta memorabile la bocciatura di un candidato sindaco ormai scelto da tutta la coalizione ma che lui cassò, «perché non possiamo presentare uno con una barba così». Con i suoi modi spicci ha spaccato in tanti momenti le situazioni e chissà, se i malanni non l’avessero piegato, cosa sarebbe riuscito a combinare.

Resta la storia di quest’uomo straordinario che, con addosso un’improbabile e simbolica canottiera, ha stravolto equilibri che parevano inscalfibili.
Ora che se n’è andato, resta il ricordo un po’ romantico e un po’ nostalgico di un personaggio irripetibile che ha creduto in un sogno. O forse soltanto in un miraggio. Ma lo ha fatto dando tutto se stesso.

Marco Linari

■ Prima Pagina

Ultim'ora

Altre Storie

Pubblicità

Ultim'ora nazionali

Altre Storie

Errore, il gruppo non esiste! Controlla la tua sintassi! (ID: 4)
Pubblicità

contenuti dei partner