Mentre le macchine organizzative di Milano e Verona scaldano i motori per l’appuntamento olimpico del 2026, si apre un caso politico e comunicativo che squarcia il velo sulla reale tenuta della libertà di espressione in Italia. Al centro della bufera c’è la campagna di affissioni stradali promossa per chiedere al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) di tutelare le categorie femminili, impedendo l’accesso alle competizioni a chi ha attraversato lo sviluppo sessuale maschile.
Una richiesta basata sulla biologia, che però ha trovato sulla sua strada un mix letale di ostruzionismo burocratico e vandalismo militante.
La “Museruola” dei Comuni: Il Destinatario Vietato
Il primo atto di questa vicenda si è consumato negli uffici comunali. Nonostante il regolare pagamento degli spazi (pur calmierati per gli enti non profit), le amministrazioni di Milano e Verona hanno eretto un muro. Seguendo le direttive della “cabina di regia” olimpica, i Comuni hanno imposto una condizione che svuota di senso il messaggio pubblicitario: l’obbligo di rimuovere ogni riferimento al CIO dai manifesti.
Si tratta di una limitazione grave: colpire il destinatario di una protesta significa, di fatto, renderla un “urlo nel vuoto”. Il sospetto di un macroscopico conflitto di interessi è concreto: le amministrazioni coinvolte nell’organizzazione dei Giochi sembrano aver agito più come guardie del corpo del brand olimpico che come garanti della libertà di opinione dei cittadini.
Vandalismo e Censura dal Basso: Lo Squadrismo “Democratico”
Se la burocrazia ha tentato di depotenziare il messaggio, la “piazza” più intollerante ha cercato di cancellarlo del tutto. A Milano, poche ore dopo l’affissione, decine di manifesti sono stati sistematicamente vandalizzati e strappati.
Non è solo un danno economico ai danni di un’organizzazione senza scopo di lucro, ma è la firma di un metodo: laddove non arriva il regolamento comunale, arriva lo strappo del militante che non accetta il dissenso. Nel 2026, l’affermazione di un dato biologico elementare — ovvero che la fisiologia maschile garantisce vantaggi agonistici non azzerabili dal testosterone — viene trattata come un’eresia da estirpare dai muri della città.
La Biologia non è una sensazione
Il cuore della protesta resta un dato scientifico che molte federazioni internazionali stanno già recependo:
Sviluppo Fisiologico: La densità ossea, la capacità polmonare e la struttura muscolare acquisite durante la pubertà maschile sono permanenti.
Equità Sportiva: Consentire a atleti biologicamente maschi di competere nel settore femminile non è un atto di inclusione, ma una violazione del diritto delle atlete a una competizione equa.
La Reazione Digitale non ferma la campagna di Pro Vita
Il tentativo di silenziare la campagna sembra aver ottenuto l’effetto opposto. Se i manifesti vengono strappati o censurati dalle istituzioni, la battaglia si sposta con ancora più forza sul web. La petizione che chiede al CIO di impedire agli uomini biologici di gareggiare nelle categorie femminili sta diventando il simbolo di una resistenza contro quello che molti definiscono un vero e proprio “regime del politicamente corretto”.
La domanda che resta sospesa tra i marciapiedi di Milano e le piazze di Verona è inquietante: in Italia è ancora permesso dissentire dalle linee guida di un comitato organizzatore, o le Olimpiadi 2026 hanno già sospeso la libertà di espressione?


















