HomeSportDa Lillehammer a Parigi, trent'anni dopo stessa gloria: l'oro delle splendide spadiste

Da Lillehammer a Parigi, trent’anni dopo stessa gloria: l’oro delle splendide spadiste

Birkerbeineren Stadium, per chi c’era un luogo che evoca leggenda. Anno 1994, Lillehammer. Norvegia, la casa dei maestri. Loro, quelli che dettano la linea, hanno segnato questo giorno sul calendario almeno due anni prima. Nelle intenzioni bellicose dei califfi dello sci di fondo è il momento di gloria agli occhi del mondo. É il giorno della staffetta maschile, 4×10 che fanno i quaranta chilometri, un po’ classici e un po’ liberi, che significano vita o morte sportiva. I nordici tutti paiono davvero fare un altro sport, perché non è che l’armata finlandese abbia poi troppo da invidiare ai cugini ospitanti. Anzi.

L’Italia, tra gli umani, può fare la voce grossa e il podio, benché a debita distanza, appare un traguardo financo plausibile. Maurilio De Zolt va per i quarantatré anni ma la tempra è quella di un ragazzino che ancora pensa di cambiare il mondo. Spetta a lui il lancio e quando dà il cambio a Marco Albarello con appena una manciata di secondi di ritardo dagli ovvi battistrada la sensazione che potrebbe succedere qualcosa dalla tinta azzurra e irripetibile comincia a fare capolino. Il valdostano, uno che sa come mettere paura ai giganti, ha la giusta spavalderia, quella di chi si è svegliato con le gambe che scalpitano. Dieci chilometri insieme ai rivali per poi lanciare un segnale, col senno del poi, piuttosto significativo. Li brucia entrambi nell’allungo che passa il testimone al terzo frazionista, Giorgio Vanzetta. La coppia nordica prova a metterlo in mezzo ma, in mezzo, l’italiano ci resta francobollato per tutto il tempo senza cedere di un palmo, nonostante le bordate in salita del finlandese Rasanen che comincia a considerare i nostri ragazzi alla stregua di un pericolo reale mentre il suo sguardo si fa sempre più carico di ansie.

L’ultimo cambio avviene in una situazione di apparente stallo, tutti e tre insieme. La Finlandia schiera Isometsa, la Norvegia cala il mito Daehlie, uno che per definizione o vince o trionfa. L’Italia, che sorniona fiuta l’odore del sangue, può contare su Silvio Fauner, l’uomo dalle volate al fulmicotone. Il Cipollini delle nevi. Daehlie lo sa e, per non sapere né leggere né scrivere, parte a tuono fin dal primo metro. Meglio restare solo, deve aver pensato. Il finlandese china il capo, troppo alto il ritmo anche per un fenomeno come lui. Fauner, invece, assurge a limatore di razza, come si definiscono i ciclisti scaltri nel succhiare la ruota del fuggitivo, e per dieci infiniti chilometri è l’ombra azzurra del fenomenale norvegese, che le prova tutte per fiaccare la garra del Sissio nazionale. Invano.

Infatti, nello stadio che è l’anfiteatro dei sogni norvegesi, i duellanti entrano in parata. É una bolgia dantesca, il coro Heja Norge di migliaia di connazionali rimbomba e la tensione è più tagliente del ghiaccio sotto agli sci. Uno, Daehlie, ha tutto da perdere; l’altro, Fauner, tutto da guadagnare ed è pure una saetta negli arrivi testa a testa. Un passo indietro. A bocce ferme, chiunque sano di mente avrebbe scosso il capo qualora gli avessero detto che, solo qualche ora più tardi, Sissio avrebbe potuto distruggere la più granitica delle certezze norvegesi. I più ottimisti, infatti, si erano fatti la bocca buona per un podio, mentre agli altri, quelli di indole più moderata, sarebbe stata sufficiente una prestazione onorevole nel tempio dello sci di fondo.

Ma a cento metri dal traguardo, Fauner lancia una delle sue progressioni in faccia a Daehlie a cui non sarebbe potuto accadere di peggio. Un palmo, poi mezzo metro, poi due metri. É la luce che intercorre tra le code dell’azzurro e le punte del norvegese quando il traguardo è lì ad un’ultima spinta. La legge del Sissio, in un mattino che si fa pomeriggio e poi quasi sera, si abbatte su un popolo intero di colpo silente. L’epilogo è due cose: una tragedia epocale per gli sconfitti, una delle due o tre imprese più abbacinanti della storia dello sport azzurro. La zampata del Birkerbeineren Stadium, il graffio dei ragazzi di Vanoi, il nostro commissionato tecnico.

Il ricordo di un successo indimenticabile non è a caso rinverdito oggi. Dall’estremo nord Europa alla capitale della grandeure e del campanilismo spocchioso, Parigi, per un cerchio che si chiude intorno ad un altro capolavoro tutto italiano. Niente sci questa volta ma spade, quelle affilate delle ragazze della squadra azzurra che hanno infilzato le padroni di casa lanciate verso un successo pianificato fin nei dettagli dalla notte dei tempi. Alberta Santuccio, Giulia Rizzi e Rossella Fiamingo e, poi, la subentrare Mara Navarria, vincono la loro personale staffetta alla stoccata decisiva, una sorta di volata, quella portata da una sublime Alberta che vale l’oro. Il primo di sempre nella spada a squadre donne; il primo di sempre nell’inferno francese al cospetto delle francesi, costrette a inchinarsi dinanzi alla forza della tradizione italiana rinvigorita da un gruppo di donne straordinarie e corsare.

Un momento di sport azzurro destinato a essere raccontato di generazione in generazione. Fino alla prossima scorribanda, nella speranza di non dover attendere altri trent’anni. Adesso, però, Mameli sia. Finché ce n’è.

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