HomeSportSinner, numero 4 al mondo.. e prova del 9- di Teo Parini

Sinner, numero 4 al mondo.. e prova del 9- di Teo Parini

Il nono torneo della carriera, terzo di quest’anno, in quanto a peso specifico vale almeno la somma dei precedenti otto, questione di avversari. Se qualche mese fa Jannik Sinner rompeva il ghiaccio vincendo il Masters 1000 di Toronto avendo in sorte un tabellone da torneo di fascia decisamente inferiore, a Pechino, invece, ha dovuto piegare la resistenza qualificata di due dei primi tre giocatori al mondo e lo ha fatto senza perdere nemmeno un set, dimostrando una certa freddezza nell’assicurarsi tutti e tre i tre tie-break disputati tra semifinale e finale. Dalla Cina, quindi, l’azzurro porta via la certezza di aver raggiunto il livello dei migliori, anche se Djokovic dev’essere ancora battuto una prima volta, e di poter guardare con ottimismo all’ultimo scampolo di stagione che prevede, tra l’altro, le Finals di Torino alle quali è ormai certo di poter partecipare. Con quello di ieri, Sinner raggiunge Fognini per numero di titoli vinti e mette nel mirino Panatta che ancora lo sopravanza ma di una vittoria soltanto, dieci contro nove. E sempre al pari di Panatta, battibile con i numeri ma inavvicinabile per tutto il resto, Sinner si è assicurato la quarta posizione del ranking mondiale, privilegio che alle nostre latitudini ha potuto vantare, Adriano a parte, solo la meravigliosa Francesca Schiavone nel 2011. Lontano, almeno per ora, il terzo posto di Daniil Medvedev, con il russo che lo sopravanza di più di duemila punti, quindi parecchio.

A proposito del russo, al settimo tentativo, Sinner è riuscito ad avere la meglio di un giocatore che fino al giorno prima aveva rappresentato uno scoglio insormontabile e che, invece, nella finale di Pechino è caduto sotto al bombardamento incessante dell’italiano, capace di disinnescare la proverbiale difesa dell’avversario apparso per lunghi tratti di match in grande affanno e incapace di trovare la soluzione al ritmo infernale imposto con la tirannia dei grandi dalla miglior versione di Sinner ammirata fino ad ora. Il saldo positivo tra colpi vincenti ed errori gratuiti messo a referto da Jannik, al cospetto di un giocatore che notoriamente subisce winners con il contagocce, certifica la qualità tennistica esibita ieri in quello che è uno dei momenti più alti del tennis italiano nell’Era Open. Tirare forte e non sbagliare mai è una combo difficilmente attuabile, giacché, per definizione, il power tennis ha intrinseca una quantità di rischio elevata al punto che è inevitabile mettere in preventivo un cospicuo numero di errori che si spera finiscano almeno per essere bilanciati dalle bordate che restano dentro alle righe. Diversamente sarebbe PlayStation, livello di gioco che Sinner ha saputo avvicinare per quanto umanamente possibile; il modo, forse l’unico, per avere la meglio della completezza di Alcaraz e della regolarità di Medvedev.

Tornando alla finale, Sinner ha finito per vincere due set in fotocopia, conclusi entrambi al tie-break con l’identico punteggio di sette punti a due nei quali nessuno dei giocatori in campo è riuscito a strappare la battuta al rivale, ciò a testimonianza dell’efficacia dei rispettivi turni di servizio. Se per Medvedev è abitudine consolidata – per dare l’idea, Daniil ha chiuso il primo parziale con una percentuale spaventosa di prime palle superiore al novanta per cento – lo è meno per l’azzurro che spesso, in passato, ha tribolato e non poco con il fondamentale della battuta ma che, al contrario, ieri lo ha premiato con numeri da primo della classe. Quelli che lavorano maniacalmente ogni giorno per limare le imperfezioni del loro gioco. La differenza vera, però, Sinner l’ha fatta con la risposta, quindi con la capacità di leggere il servizio del russo nei momenti importanti, quelli che al solito hanno deciso l’incontro. Il match point, per esempio.

Apprezzabile, inoltre, la capacità di interpretazione delle situazioni di gioco, impensabile fino a non troppo tempo fa, sempre a testimonianza del lavoro svolto lontano dai tornei. La quantità di serve and volley, tipicamente non il suo il marchio di fabbrica, per punire la posizione in risposta troppo defilata del suo avversario denota almeno due cose: la grande lucidità e la capacità di scelta sotto stress e una capillare preparazione a tavolino del match. Che seguire a rete il servizio, preferibilmente giocato in slice da destra, potesse essere una fucina di punti “facili” lo aveva già dimostrato Djokovic nell’ultima finale a New York dalla quale Medvedev, proprio per questo aspetto tattico, ne era uscito con le ossa rotte. Sinner e il suo team, quindi, devono averne fatto tesoro, modificando con umiltà e lungimiranza lo schema di partita più consueto per adattarlo alla contingenza, quindi alle caratteristiche dell’avversario. Attitudine, quest’ultima, che è prerogativa dei grandi campioni e non un indice di debolezza come si potrebbe essere portati a credere. Incaponirsi, del resto, non è mai una buona idea, nemmeno per chi ha doti tecniche non replicabili come Alcaraz che, proprio nella semifinale persa con Sinner, ha palesato una una certa immaturità accettando di combattere la battaglia su un terreno più congeniale all’avversario, quasi a voler dimostrare di poter essere il migliore in qualunque circostanza, anche avversa.

In definitiva, la settimana di Pechino ha tutti i crismi per rappresentare il vero punto di svolta nella carriera di Sinner perché certifica la la sopraggiunta capacità di correre testa a testa, e di vincere, con i più forti interpreti della disciplina. Vincere, lapalissiano, aiuta a vincere e l’autorità esibita nel farlo ha due risvolti immediati. Il primo si chiama fiducia: tra pensare di poter fare qualcosa e averla già fatta almeno una volta in passato ci passa il mare e, nello specifico, tornare in campo contro Medvedev – cosa che succederà spesso – dopo averlo battuto sarà tutta un’altra cosa. Il secondo si chiama rispetto, per alcuni financo timore. Perché chi ha ambizioni di gloria tennistica farà bene a includere in pianta stabile Sinner nei potenziali fattori di rischio. A non farlo, la possibilità di lasciarci le penne è molto alta. Insomma, ci siamo.

di Teo Parini

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