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E’ morto Giuliano Leidi, primattore di bancone ai tempi del leggendario Blu Harmony di Magenta- Il ricordo di ET

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Giuliano Leidi, grande commediante del quotidiano, banconista primattore ai tempi del glorioso Blu Harmony di via IV Giugno angolo via Mazenta, il bar dell’Eligio, della sua signora, del Franco e dell’Adriano, è morto a soli 63 anni. Commercialista di vaglia, battutista sopraffino. Ha vissuto, intensamente. Di seguito il ricordo del suo ‘sodale’ ET.

 

Fermo immagine
E così sei andato in quella lontananza che non ha misura di spazio e tempo. Da stamane sul presto quando bitona il messaggio: Lele ti devo dire una brutta notizia, Giuliano Leidi è morto, così il Leobarbè; e già in duplex il Mario Bosetti: il Giuliano è morto; da stamane la camera oscura della memoria ha preso a svilupparsi nel fermo immagine dove ti riconosci e ti incanti. E i volti affiorano in quel virato seppia che affresca gli anni. Naturalmente siamo al bar. Abbiamo vissuto più al bar che nelle nostre case. No. Non era un qualunque esercizio pubblico, per ciascuno di noi il Blu Harmony s’apriva a stanza tutta per sé. Ti vedo in piedi, appoggiata la mano sinistra alla testata del bancone mentre con la destra tieni la Marlboro. Non stai seduto. Lì, in quel dirimpetto la porta, a oeilà per tutti noi che entriamo. Si stava dal tramonto al cuore della notte, in quella marcia ferma dentro l’illusione della felicità. Trapuntando da Van Basten ai tassi d’interesse, tu che avevi passato l’esame di stato presieduto da Giulio Tremonti, in quella tua risata arrotante e riprendendo la ciocca che schiaffeggiava la fronte. In quel fermo immagine vedo il Gigo, ragioniere, seduto composto, fuma Merit. Il Nello Meneghello capomastro di se stesso, le mani bruciate dalla calcina, fuma MS giù in settimana e Marlboro la domenica. L’Ipe, idraulico, fuma ferocemente Winston. Il Piero Luchetti, chirurgo, le maniche arrotolate agli avambracci in ogni stagione, fuma Muratti. Massimo Fusè, professione mai pervenuta, fuma Marlboro. Gigi Stefanoni, caposala d’albergo, fuma tutto quello che brucia, però preferisce Camel. Dietro il bancone il signor Eligio e la signora Luciana, sorridono. Sorridono tutti in quel fermo immagine ch’è camposanto. E quando la sera ci ritrovavamo bevendo e parlando ed esprimendo opinioni e opinioni e opinioni di opinioni, sino al delirio, andavamo incontro a noi stessi inseguendo le nostre orme che appena aperta la porta si perdevano come il fumo dentro la gran conca del cielo. Ma lì, in quel rettangolo di bar a nostra stanza, ciascuno di noi non era che se stesso. Sapete, di quella nudità che sgomenta.
Emanuele Torreggiani

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