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Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Il ping pong

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Talvolta gli sguardi cadevano su pieghe che la vista avrebbe voluto celare, il panorama o la stoffa, ma era solo un attimo, fugace e malandrino. Il pensiero stordiva la mente con i suoi solletichii ma subito, al batter d’ali d’una cinciallegra, si tornava co’ pensieri nostri alle nostre faccende ludiche.

E’ stato teatro di sfide, di memorabili partite, persino un torneo estivo esteso ai villeggianti e autoctoni del circondario; quel tavolo aveva fatto di noi tre, meglio delle tre coppie e la nostra mascotte, i Signori del Castello, anche se tale, per la verità, non era, ma è stato bello, generosamente divertente, sano e semplice, al punto che quel tavolo ha assunto dimensioni  e proporzioni ciclopiche. E’ diventato l’emblema della nostra amicizia. Il senso dell’amicizia e dell’unione, attorno a quel tavolo spesso si sono frantumate le antipatie che sono diventate simpatie, si sono rotti i litigi che si sono tradotti in armonie, l’indifferenza si è sciolta con il sudore della rincorsa della pallina e, alla fine della tenzone, nessuno aveva veramente perduto la propria partita..

Forse esagero, ma così certamente allora era.

 

 

 

Sono passati anni, lustri, decenni, il tavolo è ancora lì. Nel mentre qualcuno è scomparso, qualcuno è volato nel cielo ad noi celato, qualcun altro raramente si affaccia alla nostra esistenza e fugacemente sorride. Lui, il tavolo del ping-pong, se ne sta appoggiato, leggermente e decisamente, su di un piano di legno, ampio, che ne favorisce l’uso, lo solleva dal terreno proteggendolo dall’umidità (che lì non manca di certo) e che permette di non infangarsi quando piove, un piano (forse un ennesimo tavolo) che sembra la tolda di una nave, una nave pronta a salpare per chissà quale meta …

Lo guardo ora, quel piano, le assi di larice caricate a dismisura sul tetto della povera Mondeo che, a fatica, risalì la strada bianca che da Pianello porta al Caselle, passando per la Ca’ (per la verità, la strada ora non c’è più, perché erosa da acqua e stoltezza umana, ma è un’altra storia, e ci sarà tempo e voglia per raccontarla), si sono arrugginite nel tempo, sono diventate marrone scuro, si sono piegate, svergolate, sollevate sulle punte, tanto, tanto, che mi sembrano ballerine e che mi ricordano una mia vecchia fiamma La scorza si è fatta morbida, quasi a conformarsi con le pieghe delle stagioni e a scalzare l’acqua che cerca di consumarle, che sia uno specchio del vivere? Stoltamente cerco in tutte le azioni, in tutte le manifestazioni, una risposta ai perché che mi ronzano di continuo nell’animo.

 

 

 

Sono passati anche per loro tanti anni, e che dire, che quando le posi sul terreno, listelli e sabbia, il povero William ci aveva già salutato, in silenzio (partito per il mondo che mai vedremo da coscenti[1]), avvertendo, nell’onirico sognare di quella ultima sua ultima notte,, solamente la sorella, mia compagna, dicendogli che ora lui (ma caspita noi no!) stava bene, era circondato da donne e copulava felicemente e, ora, anche quelle assi segnano il tempo con il loro aspetto consunto, traballanti, nello stare poco diritte e orizzontali, segnate da freddo, pioggia, neve, ghiaccio, sole e dagli sputazzi di noi giocatori. Se ne stanno lì, a segnare quasi il passo, con quel ritmo di varie larghezze, senza misure, dalla lunhezza tutta eguale – che ancora una volta segna il paradigma di chia siamo noi: tutti uguali, nessuno identico-  che scelsi così per evitare la monotonia della ripetizione; eh … mi guardarono un po’ stupiti i Girometta[2], allora, forse, solo abituati a ritmi e costanti, quasi geometreschi e con poche sfavillanti e ardite incursioni nel mare dell’inconsueto; arrivai io e chiesi alcune tavole di larice, con la superficie anche pelosa (senza il passaggio dalla pialla), così che potesse già avere quel grip che serve allo slanciato giocatore del ping-pong senza particolari accorgimenti, ma con larghezze differenti, così da sagomare, quasi, la superficie e accentuare in tal modo, i cambi di prospettiva; differenze, queste, forse percepibili ai pochi, ma, a ben vedere accolte da tutti nell’inconscio del benessere e dello stare bene (ah benedetti architetti …).

[1] Scrive Edoardo Boncinelli in suo meraviglioso testo che non capiterà mai di incontrare la propria morte

[2] Girometta: antica segheria e ora azienda per il commercio all’ingrosso e al minuto di legnami vari, collocata lungo la SS 412 (ex statale del Monte Penice), appena fuori l’abitato di Strà, frazione di Nibbiano (PC)

Ivan D’Agostini

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