Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini stavamo presso l’arciduca,
Mio cugino, che mi condusse in slitta,
E ne fui spaventata. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.
Fra le montagne, là ci si sente liberi.
T.S. ELIOT, LA TERRA DESOLATA
MAGENTA – ABBIATEGRASSO Il corpo, anzi i CORPI di donna, di giovani donne che ti accolgono dirompenti, sono desiderabili. Fluttuanti, armonici. Le gambe ben tornite, i seni flessuosi, i capi d’intimo nero uguali per tutte, i glutei, il sesso, le mani sinuose e i piedi nudi.
Evidentemente, lo sono (di tal guisa) più per un uomo come me che per le donne al mio fianco nella rappresentazione domenicale delle 12 di Nobody, qualcosa che di primo (e pure secondo) acchito è difficile definire.
Spettacolo, installazione, viaggio (cupo, buio) nel mondo della prostituzione proposto dalla Lule, l’Onlus nata nel 1996 ad Abbiategrasso, ospitato ieri ed oggi in casa Giacobbe a Magenta dopo le tappe precedenti (anche, ovviamente, nella città del Leone)
L’impatto è dirompente sin dall’inizio: donne e uomini sono posti di fronte a due contenitori di piccole pietre. Bisogna sceglierne e prenderne una, che diverge dall’altra per una ragione semplice: alle donne si chiede di scegliere sulla base della consapevolezza se una una famigliare sia stata vittima o meno del racket della prostituzione.

Il visitatore maschio, invece, deve scegliere sulla base dell’essere stato o meno cliente di una prostituta (in Italia, la percentuale dice che nella prima casistica rientra 1 maschio su 3).
La prima ‘stanza’, con cellulari rotti, foglie, plastiche, pacchetti di sigarette e sporcizia che evidentemente rimanda ad un’idea stessa di cupezza triste, è fatta di tabelle esplicative e di numeri sul fenomeno: migliaia le donne coinvolte, miliardi di euro il giro d’affari, tre le matrici etniche dominanti come si legge freddamente, cogliendo il fenomeno nella sua drammatica interezza grazie a un’illustrazione che non lascia adito a dubbi o residue domande: il racket, in Italia, ‘parla’ nigeriano, albanese, rumeno. In Nigeria le schiave del sesso sono persino sottoposte a ritualità di carattere (anche) sanguinario.
Una ragazza di lingua orientale-balcanica accoglie gli spettatori con la sua storia, si toglie le scarpe e parla della bocca, quella con cui bacia suo figlio, ma non certo i clienti.
L’esperienza si fa più forte dalla seconda ‘stanza’, dove altri corpi si muovono nel buio, cullati dalla musica, le mani si sfiorano e si toccano, separate solo da un velo.
Una bambina di 12 anni (straordinaria, la sua recitazione) parla del suo sogno di diventare etoile della Scala, di cui parla con tratti onirici dalla sua piccola, povera stanza di un paese confinante con l’Italia (o se anche non lo fosse, poco cambia).
Alle sue spalle, un’altra ragazza (lei, quando scoprirà che il sogno di etoile si tramuterà nell’incubo della riduzione a schiava?) riproduce l’atto sessuale in assenza di un cliente in carne ed ossa, ma i vagiti e i movimenti di corpo e gambe lo esemplificano chiaramente. Brutalmente.
C’è spazio anche per la recensione, apparsa su un sito di clienti di escort e prostitute, di un cliente d’una prostituta che esercita tra Abbiategrasso ed Albairate. Mentre un corpo nudo (che le parole rendono muto, silente, mentre scorrono le parole e si scorgono i seni, il ventre con cui le vittime della prostituzione pagano la strada, i fidanzati, le famiglie lontane: 3mila euro l’introito medio mensile, a quelle ragazze tolte tutte le spese ne restano circa 150).
Una danza, avvolta da un filo che unisce protagoniste e spettatori, s’alza di volume e di tono: è come una progressiva discesa verso il buio, quello di cui sono circonfuse le notti delle ragazze che la Lule incontra, ascolta, accoglie, cerca di togliere dalla strada portandole in comunità protette ridando loro una vita normale. E qualche filo, sprazzo di luce capace di squarciare quel tipo di buio che avvolge persino i giorni più luminosi.
Affrontando il tema in maniera schietta e diretta, con azioni e immagini, anche dirompenti, NoBody porta il pubblico a ri-conoscere come le donne che spesso scorgiamo ai margini della strada non siano libere, ma piuttosto vittima di sfruttamento, violenza e tratta.
Un percorso esperienziale che vuole condurre i partecipanti a fare i conti con il fenomeno nella sua interezza, costringendo tutti a vedere, oltre il velo di apparenza, le responsabilità di ogni membro della società civile ed innescando, al tempo stesso, azioni correttive dei propri comportamenti.
L’installazione teatrale è realizzata da Compagnia Teatrale FavolaFolle, in collaborazione con Cooperativa Lule Onlus, ideata all’interno del progetto “Mettiamo le Ali – Dall’emersione all’integrazione”.

Così recita la presentazione di Nobody, con parole che assumono una duplice natura: lette prima sono la consueta, ordinaria, anche fredda se vogliamo cartella stampa con cui vengono presentati spettacoli teatrali od eventi culturali.
Lette dopo, alla fine del percorso (della durata di circa 45 minuti, alla fine s’incontrano volontari di Lule ed il regista), cambia totalmente la prospettiva. Pare un atto d’accusa, duro e circostanziato.
Si esce- alla fine di Noboby- con un’evidente, montante, perdurante percezione: un palese stato di turbamento. Il maschio deve riporre la pietra. Guadagna l’uscita forte di una sola certezza: ci penserà bene, la prossima volta (o la prima), ad accostare la sua macchina lungo la Baggio, la 494 o lungo tutte le strade del sesso mercimoniale. Ci penserà, eccome. Me lo dico mentre esco. E penso che quel maschio sono (anche) io.
Fabrizio Provera



















