Se siete alla ricerca di un libro da portare in vacanza, un libro che vi affascini e coinvolga, vi consiglio di leggere “L’albero delle storie” di Saira Shah, giornalista, scrittrice nonché documentarista, pubblicato in Italia da Bompiani nel 2004. Certo è un pochino datato, ma si trova ancora nei bookshop on line e nelle biblioteche. E se ve lo consiglio è perché il modo di narrare dell’autrice irretisce ed emoziona, perché ciò che dice l’ha vissuto in prima persona.
Londinese di nascita e figlia dello scrittore afgano Idries Shaf sposatosi dopo che i suoi erano emigrati dall’Afghanistan negli anni Sessanta con una donna per metà persiana e per metà scozzese, Saira ne “L’albero delle storie” racconta il suo viaggio di reporter nel paese dei suoi avi.
L’incarico le era stato affidato dalla testata giornalistica perché aveva studiato persiano e pashtu alla School of Oriental and African Studies della capitale inglese. Il suo desiderio di conoscere dal vivo la terra dei suoi antenati di nobili origini, dipinta dal padre come un paradiso perduto dove meravigliosi giardini profumati ornavano questo mitico mondo abitato da eroi, conquistatori, principi e poeti, la spinse ad intraprendere a soli ventun anni, il viaggio che finalmente gliel’avrebbe mostrata.
Ma una volta sul posto, dove rimase tre anni, il suo immaginario infantile si trovò davanti non a una terra incantata, bensì a un paese sconvolto dalla guerra contro l’Unione Sovietica combattuta dai mujaheddin, e dalle lotte intestine tra questi ultimi e i brutali e sanguinari talebani. L’autrice, sospesa tra la cultura occidentale in cui è cresciuta e le radici afghane che cerca di comprendere, non può fare a meno di parlare della drammatica realtà delle donne afghane sotto il regime teocratico che le aveva private dei diritti fondamentali e di cui, a onor di cronaca, ancora oggi sono prive nascoste come sono sotto il burqa, l’indumento simbolo della loro totale sottomissione, una sorta di scafandro che impedisce persino di vedere bene attraverso la grata che c’è davanti agli occhi, e sotto il quale manca il respiro, a detta della stessa Saira.
Il libro coinvolge per le descrizioni vivide e lucide e per i pensieri intimi della scrittrice, tanto che ci si ritrova dentro le sue pagine a vivere con lei avventure e disavventure. Ecco come inizia:
Ho tre anni, Seduta in grembo a mio padre, lo ascolto rapita. Mi sta raccontando di un posto magico: il paesaggio di fiaba che arreda i nostri sogni. Fontane da cui gocce di diamante scrosciano su vasche di mosaico. Uccelli multicolori che cantano appollaiati su alberi carichi di frutti. Melograni dall’anima di rubino. L’abbondanza di frutta è tale, che persino alle capre vengono dati da mangiare meloni.
A cura di Luciana Benotto













