Si è svolto nella sala consigliare turbighese un convegno su quella che fu l’attività industriale per eccellenza nel distretto castanese, nell’ambito della cooperazione italo-egiziana, che ha portato alla realizzazione – da parte dell’imprenditoria italiana – di un comparto industriale nelle vicinanze del Cairo, dove sono state concentrate le attività conciarie del paese africano. Dopo il saluto del Sindaco e del rappresentante del Ministero dell’Industria egiziano, Ahmed Maghaway, hanno parlato Giuseppe Leoni (cenni storici del distretto conciario); Christian Garavaglia sulla evoluzione industriale economica e sociale; Francesco Bellone sulla importanza dei Magazzini Generali Doganali, Giancarlo Lovato dell’associazione internazionale di chimica conciaria.
Pubblichiamo qui sotto la relazione di Giuseppe Leoni;
LA NOSTRA ZONA, TERRA DI ACQUE SORGIVE E DI CONCIATORI
L’arte della concia è nata… con l’uomo. Non esiste nulla simile alla pelle!
Nei tempi antichi ciascun uomo lavorava le pelli degli animali che egli stesso aveva abbattuto e scuoiato, perché gli servivano per confezionare manufatti utili per sé e alla famiglia. (1)
In seguito, l’attività conciaria, dal carattere fortemente artigianale, si è sviluppata in luoghi dove era possibile il reperimento della materia prima che doveva essere lavorata con l’uso di acque sorgive, secondo procedimenti mai scritti, per quel ‘segreto del mestiere’ che animava la vita delle corporazioni medievali.
La rivoluzione industriale, promosse il passaggio del contadino a conciatore, e portò un notevole ammodernamento dei cicli produttivi, dove la meccanizzazione la fece da padrona (un po’ come oggi l’intelligenza artificiale AI). Costosi e sofisticati macchinari furono messi a disposizione dei pellai che aumentarono a dismisura la produzione.
Le prime comcerie
La prima segnalazione che affiora dai documenti storici del nostro territorio è settecentesca (conceria Piantanida a Castelletto di Cuggiono), mentre nella prima metà dell’Ottocento si contavano già una decina di concerie. Ma bisogna aspettare l’avvento del XX secolo per le prime realtà industriali. Risale al 1905 la domanda di Felice Genoni che chiese al Comune di Castano Primo l’autorizzazione a insediare una conceria in un fondo di sua proprietà. Sempre a Castano la ‘Rinaldo Miramonti’ sorse nel 1928 vicino alla stazione ferroviaria e lavorò per circa mezzo secolo.
A Turbigo, l’avvio dello sviluppo conciario si deve al commendatore Grassi (1906) che insediò una conceria per guanti al Castello di sua proprietà. Successivamente, nel 1919-20, in una vecchia cascina sulla sponda destra del Naviglio Grande venne impiantata da tre soci (Cedrati, Barozza, Bonza – gli ultimi due lavoravano dal Grassi) quella che è passata alla storia come ‘Conceria Cedrati’ (le cui vestigia sono ancora in essere).
A Buscate, la conceria Pahle, già attiva negli anni Venti del Novecento, fu costretta a chiudere per le esalazioni fuorilegge provenienti dall’impianto. Poi, in quella che fu la filanda Imhoff fu impiantata la conceria Sacpa (1938-1986).
Durante gli anni della seconda guerra mondiale, nelle concerie del nostro territorio, si conciava di tutto: conigli, lepri, trote del Ticino, donald duck (papere) molto ricercate.
Terminata la guerra (1945) i reduci per conciare le pelli fecero uscire le giumente dalle stalle situate nei cortili e vi installarono dei bottali (inventati dai Durio di Torino alla fine dell’Ottocento) fatti girare manualmente dalla moltiplica delle biciclette. Con i risparmi si compravano le prime balle di cento pelli dall’Ebreo (capannone ancora esistente in Via Giulio Cesare a Turbigo), si conciavano e si vendevano e, una volta incassati i soldi, si acquistava un’altra partita e via di questo passo.
L’industra conciaria balzò in primo piano quando negli anni 1954-55 chiuse i battenti il Cotonificio Valle Ticino lasciando a casa i 600 dipendenti che furono subito riassorbiti dalla nascente industria conciaria.
In seguito la nostra zona si specializzò nella lavorazione di pelli ovino-caprine provenienti da ogni parte del mondo, acqustate sui mercati di Genova e Milano, ma non mancarono casi particolari di pelli di canguro (conceria Torcera), pelli bovine e anche di rettili. Le pelli di canguro (australiane) avevano pregi eccezionali quali la morbidezza e la fortissima resistenza ed erano utilizzate per la produzione di scarpe per i calciatori di football.
La fine di un’epoca
Negli anni Sessanta il problema dell’inquinamento si pose in tutta la sua urgenza e gli imprenditori conciari, unitamente all’Amministrazione Comunale, posero le basi per la realizzazione di un depuratore delle acque (1974).
Negli anni Ottanta, nelle concerie e nell’indotto, si contavano circa duemila dipendenti che diminuirono negli anni a venire per l’entrata in vigore della legge sulla depurazione delle acque reflue che creò costi aggiuntivi all’imprenditorialità di piccole dimensioni che aveva fatto diventare Turbigo ‘la valle dei milioni’. Del centinaio di concerie esistenti, alla fine del XX secolo ne rimanevano solamente una ventina anche per la concorrenza di Paesi dove la manodopera era meno cara,
Incapaci di superare l’individualismo esasperato che aveva caratterizzato il boom economico, per giungere a forme di associazione e di organizzazione fra le imprese, quello che fu un distretto conciario d’eccellenza entrò in crisi.
Vent’anni fa, nel 2006 Lorenzo Mosconi, allora presidente dell’Unione Nazionale Industria Conciaria (UNIC), così descrisse così la situazione dell’’industria conciaria a livello nazionale, con un accenno anche alla nostra realtà:
“La pelle è tornata ad essere protagonista del mondo della moda. In Italia ci sono quattro distretti conciari: il Veneto (Arzignano) con 673 imprese e circa 12mila addetti; la Campania (Solofra) con 452 imprese e circa 4mila addetti; la Toscana (S. Croce sull’Arno) con 935 imprese per 8mila addetti, il Magentino-Castanese con 136 imprese e 1500 dipendenti.
In particolare, nel Castanese sono tre concerie importanti: Stefania, Gaiera e Sicerp che occupano da sole circa 250 dipendenti. Trent’anni fa la situazione era completamente diversa: c’erano centinaia di aziende specializzate nella produzione delle fodere. Le poche concerie rimaste oggi sono quelle che hanno trasformato le loro lavorazioni, dalla fodera sono passate alla tomaia”.
1 – L’HOMO SAPIENS DI SIMILAUN visse tra l’ultima età della pietra e l’inizio di quella dei metalli (3250-3200 a.C.),. Il 19 settembre 1991, due escursionisti bavaresi segnalarono al gestore del rifugio Similaun di avere avvistato un cadavere emergente dalla stretta dei ghiacci. Il ‘cacciatore’ calzava una sorta di mocassini in pelle riempiti di fieno (per tenere i piedi al caldo) ed era rivestito di un abito confezionato con strisce e rettangoli di pelle e di pelliccia di animale tenuti insieme da appropriate cuciture.











