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Chiedimi chi era Fabio Casartelli- di Teo Parini

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A Fabio, al ciclismo e anche un po’ a noi.
Siamo in uno di quei giorni nei quali Richard Virenque ĆØ intenzionato a lasciare il segno nell’unica maniera a lui congeniale, scappando in salita.

Il Tour de France, quel maledetto 18 luglio, propone la più classica delle tappe pirenaiche, quindi caldo torrido, continui sali e scendi, asfalti appiccicosi e scorte di borracce ghiacciate. Tra Saint Girons e Cauterets sono tanti i colli da scalare, il primo ha un nome che evoca imprese, col du Portet d’Aspet, e la carovana gialla da quelle parti ĆØ praticamente di casa. Vestito della maglia a pois, quella del miglior scalatore, Virenque ĆØ ovviamente giĆ  in fuga di buon mattino quando, superato il colle che sta appollaiato nel dipartimento dell’Alta Garonna ad una quota di poco più di mille metri, gli inseguitori si lanciano ammassati in discesa. All’arrivo manca un’eternitĆ  e lo sguardo dei protagonisti non ĆØ ancora iniettato di sangue ma nelle picchiate, chissĆ  perchĆ©, si finisce sempre per andare giù il più in fretta possibile. Anche il Diablo Chiappucci, Claudió per i cugini transalpini, ha messo nel mirino la tappa e comincia a scalpitare animato da una sola certezza: andrĆ  pancia a terra fin sotto al traguardo. Nulla di nuovo, insomma.

Fa un caldo micidiale, la regione dei Midi-Pirenei tra luglio e agosto ĆØ uno spicchio di mondo inospitale dove condizioni che rasentano l’insopportabile fanno sƬ che nulla sia mai banale. Manca l’aria e nemmeno l’ombra sembra offrire un minimo di refrigerio, ma la bicicletta ĆØ intagliata nei cromosomi della gente comune che assiepata lungo il percorso pare non curarsene troppo. Se la salita ĆØ la sublimazione della fatica, la discesa ĆØ, insieme, tecnica e follia. Tecnica, perchĆ© bisogna sapersi districare tra pieghe e traiettorie; follia, perchĆ© toccare i cento all’ora su un mezzo che non arriva ai dieci chili di peso non ĆØ ascrivibile tra le abitudini di buon senso. In testa al gruppo, disegnando una curva verso sinistra, Rezze finisce lungo e nel burrone quando apre gli occhi ha un femore in mille pezzi. Nella dinamica delle scie, l’errore del carneade francese ha per conseguenza il solito effetto domino: tre califfi del pedale come il nostro Perini, Museeuw e Breukink finiscono in terra senza potersi opporre alle leggi della fisica, fortunatamente senza particolari noie tanto che in un amen rimontano in sella. Va peggio a Baldinger, a cui lo scivolone, invece, costa la frattura del bacino. Anche Fabio Casartelli, con la spianata di Ger-de-Boutx nel mirino, rimane coinvolto.
In quegli anni, l’uso del caschetto – oggi un benedetto automatismo per chi pratica la disciplina a qualunque livello – non ĆØ obbligatorio e la sagoma dei ciclisti ĆØ ancora definita dal tipico cappellino con l’aletta ridotta che fa da trait d’union tra il contemporaneo e il ciclismo dei pionieri. Non lo indossa, Fabio, che ha la sfortuna nera di finire contro uno di quei tipici blocchi in pietra che delimitano il nastro d’asfalto lungo le strade di montagna. L’impatto ĆØ terribile e l’espressione del dottor Porte, l’angelo custode dei corridori, non lascia presagire nulla di buono. Sull’elicottero, per tre volte il cuore di Fabio si ferma e per tre volte i medici lo riportano alla vita, tra incessanti massaggi cardiaci e iniezioni di adrenalina. Nel frattempo la corsa prosegue, perchĆ© la scelta più o meno discutibile ĆØ quella di lasciare i protagonisti al loro mestiere, ignari.

Al nosocomio più prossimo, quello di Tarbes, Casartelli ci arriva tecnicamente ancora vivo ma la situazione ĆØ di quelle disperate. Infatti, dopo due ore di agonia, il cuore dell’azzurro cessa definitivamente di battere, fatale il terribile trauma cranico. Nella tivù di stato che ancora ĆØ sinonimo di sport, il verbo per antonomasia del ciclismo ĆØ quello del leggendario Adriano De Zan, cantore delle vicende ciclistiche tutto garbo, eleganza dialettica e competenza. Con l’immediatezza comunicativa della generazione social ancora da venire, spetta alla voce amica di tanti pomeriggi festosi dare l’annuncio della tragedia; un momento di lancinante dolore impresso nella cultura sportiva del nostro Paese. Piange, De Zan, financo si scusa per non aver saputo trattenere la commozione che, di rimando, ci paralizza davanti allo schermo. Un frangente nefasto che ha almeno il pregio di ricordare quanto sia volubile la vita per essere spesa tra futili pensieri.

Casartelli, appena venticinquenne, aveva da poco festeggiato la nascita di Marco, il suo primo figlio. A casa, ad attenderlo, anche la moglie Annalisa: non lo rivedranno più. Campione olimpico a Barcellona, Fabio si era ripromesso di vincere un tappa di questo Tour, lo ripeteva a tutti, perché il peluche che spetta al più bravo di giornata avrebbe fatto felice il piccolo Marco ancora tutto da scoprire.

Da quel 18 luglio di ventotto anni fa, una stele in marmo bianco e grigio, adornata di fiori e biglietti adagiati da una moltitudine inesausta di tifosi e viandanti, ĆØ eretta proprio nel punto dell’incidente a imperitura memoria del ragazzo di Albese. LƬ, il Tour de France ci ritorna spesso in un rituale non scritto che tanto ci inorgoglisce. PerchĆ© il mondo del ciclismo avrĆ  mille difetti ed ĆØ infarcito di contraddizioni talvolta poco simpatiche ma ha il pregio di non dimenticare mai chi ha contribuito con testa, cuore e gambe a renderlo uno sport meraviglioso.

Fabio, ovunque tu sia, non smettere mai di spingere forte sui pedali. PerchƩ se smetti tu, smettiamo anche noi.

Teo Parini

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