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di Vincenzo Petrone*
ROMA (ITALPRESS) – Il grande Winston Churchill aveva un certo sussiego nei confronti degli Stati Uniti. E non faceva mistero dei suoi dubbi circa la razionalità delle loro scelte. Gli si attribuisce una frase impareggiabile, da lui mai smentita: ‘Si può essere certi che gli americani faranno sempre la cosa giusta, dopo aver esaurito tutte le altre possibilità’. Nel Golfo Persico, l’amministrazione Trump la cosa giusta la sta facendo adesso. Finalmente dandosi due obiettivi che insieme danno il senso di una strategia razionale ed efficace, probabilmente in grado di piegare gli Ayatollah e le loro Guardie della Rivoluzione. Il primo obiettivo la Us Navy lo sta realizzando in maniera brillante ormai da alcune settimane. È il blocco navale totale delle importazioni iraniane di derrate alimentari, beni strumentali e prodotti di consumo. L’efficacia è evidente, stando ai dati che circolano anche in Iran sull’inflazione ormai superiore al 70 per cento e in accelerazione, sulla crisi del mercato del lavoro che ha perso un milione di posti e sul crollo delle vendite al dettaglio nelle grandi città. Allo stesso tempo, il blocco ha azzerato i ricavi dalla vendita del petrolio, che resta bloccato nei depositi di Kharg, in quanto le petroliere iraniane e quelle della flotta clandestina che l’Iran gestisce da anni non possono più uscire dallo Stretto di Hormuz.
Il secondo obiettivo della Us Navy è altrettanto, se non più, importante: si è drasticamente e dimostrabilmente ridotta la capacità dell’Iran di impedire il transito commerciale nello Stretto di Hormuz. L’Iran consentiva il transito soltanto alle navi che passavano nelle acque sotto il controllo di Teheran e si sottomettevano alle disposizioni iraniane e al pagamento di un pedaggio. Il dato che dimostra indiscutibilmente l’allentamento della presa iraniana sullo Stretto è stato appena pubblicato dai media: i volumi di petrolio che la Marina americana oggi riesce a far transitare da Hormuz verso l’Oceano Indiano sono pari a due terzi dei carichi registrati in media nei mesi precedenti la guerra. Se continua così, l’export di petrolio e gas delle monarchie sunnite del Golfo verso Europa e Asia potrebbe presto tornare o almeno avvicinarsi alla normalità. Nel giro di poche settimane, gli americani sono riusciti a sminare e controllare due nuove rotte di accesso e di uscita dal Golfo. Le nuove rotte sono situate al centro dello Stretto, fuori quindi dalle acque iraniane e da quelle dell’Oman. Per superare il problema delle polizze assicurative, è stato creato un ingegnoso meccanismo per cui l’Arabia Saudita e gli altri esportatori utilizzano un piccolo numero di grandi navi di loro proprietà, per caricare gli idrocarburi nei porti di imbarco nel Golfo. In pratica fanno la spola come delle navette. Sotto scorta americana, le petroliere si immettono poi nelle nuove vie di transito già sminate e, una volta arrivate nell’Oceano Indiano, fanno il cosiddetto transshipment, ossia trasferiscono il loro carico ad altre petroliere appartenenti ad armatori del resto del mondo, che trasportano il petrolio verso l’Asia e l’Europa.
L’Iran ieri ha tentato di lanciare delle mine antinave in quelle nuove vie di transito, proprio per bloccare questo meccanismo che di fatto sta annullando gradualmente il blocco iraniano. A tal fine, le Guardie della Rivoluzione hanno aperto un bunker e ne hanno fatto uscire i lanciatori da cui dovevano partire dei missili che trasportavano quelle mine antinave. In pochi minuti, i lanciatori sono stati avvistati e distrutti dagli americani. La risposta iraniana è consistita in un lancio di missili balistici verso una base americana in Giordania. Niente di nuovo sotto il cielo. Obiettivamente, il blocco navale e la graduale ripresa del traffico ad Hormuz hanno evitato a Trump di dover scegliere tra due opzioni, entrambe politicamente mortali per lui: l’impiego dei Marines per un attacco terrestre con conseguenti perdite di vite americane. Oppure dichiarare ‘mission accomplished’ e riportare a casa poco onorevolmente le più potenti Forze armate del mondo. Ai due obiettivi che sono in fase di realizzazione, gli Stati Uniti stanno affiancando nuove sanzioni contro l’Iran. Le cosiddette sanzioni secondarie. Washington quest’anno esercita la Presidenza del G20, i cui ministri delle Finanze si riuniranno ad Ashville, in North Carolina, oggi e domani. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, avrà la possibilità di annunciare le nuove sanzioni secondarie che gli Stati Uniti intendono applicare alle banche non americane che effettuano transazioni dirette o occulte con enti finanziari iraniani o con società di intermediazione del petrolio iraniano. Bessent cercherà, a margine del meeting, di premere sulla Cina perché rinunci agli acquisti di petrolio iraniano.
Le piccole raffinerie cinesi, le cosiddette ‘tea pots’, con il pieno consenso del loro governo, erano fino a pochi mesi fa gli acquirenti del 90 per cento del petrolio iraniano, pagato in renminbi o in moneta digitale. La Cina non fa stato di questi acquisti nelle proprie statistiche sull’import-export. È improbabile che Bessent ottenga soddisfazione nei colloqui di Ashville. In primo luogo perché già prima del blocco navale, la Cina, senza fare annunci, ha ridotto gli acquisti di petrolio da Teheran. E in secondo luogo perché prossimamente, il prossimo 24 settembre, il Presidente Xi Jiin Ping sarà a Washington in visita di Stato. Se mai qualche concessione cinese ci sarà, essa arriverà senza squilli di tromba, nell’incontro tra Trump e Xi alla Casa Bianca. E potrà avvenire soltanto in un contesto di quid pro quo molto ampio. In ordine di importanza, l’altro interlocutore su cui Bessent concentrerà le sue pressioni ad Ashville è il suo collega indiano, Nirmala Sitharaman, molto vicino al primo ministro Modi. Anche in questo caso, Bessent non potrà ottenere gran che: l’India ha un acuto bisogno di acquistare petrolio ai bassissimi prezzi che l’Iran le ha garantito. E proprio a Nuova Delhi, il 12-13 settembre, avrà luogo il prossimo Summit dei Brics. Modi lo presiederà e l’Iran vi parteciperà, essendone membro a pieno titolo.
La simpatia collettiva dei Paesi Brics per l’intervento americano nel Golfo Persico è pari a zero. In definitiva, quindi, questa terza gamba della nuova strategia americana contro l’Iran, se mai ci sarà nei fatti, richiederà parecchio tempo per produrre risultati. Avrà bisogno del supporto tutt’altro che scontato degli alleati europei ed asiatici, oltre che di Paesi come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti che con l’Iran hanno fatto affari d’oro anche sotto i bombardamenti, offrendosi come approdo discreto e come tramite delle transazioni finanziarie iraniane, incluse quelle personali di parecchi membri del governo di Teheran. In conclusione, quindi, nell’immediato la Marina degli Stati Uniti resterà lo strumento principe di questa nuova fase del conflitto. I militari del Centcomm stanno dimostrando che la guerra l’Iran non solo non l’ha vinta, come sembrava solo pochi mesi fa, ma rischia di perderla per l’implosione della propria economia. Smentendo le previsioni della gran parte degli analisti, incluso quelle dell’autore di questo editoriale, gli Stati Uniti hanno aperto una nuova, quarta fase di questa guerra. Dopo che le prime tre erano andate decisamente male. Il bombardamento di oltre 13.000 obiettivi iraniani nelle prime 6 settimane di guerra non aveva piegato gli ayatollah che sono tuttora al potere. L’arsenale di missili e droni iraniani era ed è tuttora significativo e letale. La chiusura di Hormuz al traffico commerciale sembrava presagire la sovranità dell’Iran sul traffico di idrocarburi da cui dipende l’economia globale, in primis quella americana e quella europea. E il vaporoso memorandum d’intesa improvvidamente negoziato da Kushner e Witkoff e firmato il 7 aprile da Trump a Versailles con inutile teatralità, sembrava prendere atto della sconfitta dopo quelle prime 3 fasi della guerra. Dal canto suo, per evitare maggiori danni in politica interna, Trump appariva ormai rassegnato al riconoscimento delle pretese iraniane su Hormuz. Nel giro di poche settimane il quadro è cambiato perché gli Stati Maggiori americani sono stati capaci di realizzare al contempo sminamento, apertura di nuove vie di transito al centro dello Stretto e protezione armata delle mega navette che portano il petrolio fuori da Hormuz verso i Paesi consumatori.
Questo meccanismo, da un lato, ha impedito l’esplosione geometrica dei prezzi del petrolio e, dall’altro, ha evitato l’avvitamento inflazionistico e il collasso delle Borse. La fragilità americana tuttavia esiste ancora ed ha un nome e un cognome: Donald J. Trump. Se il presidente decidesse che gli conviene politicamente dichiarare vittoria e tornare a casa, la guerra sarebbe perduta e su Hormuz batterebbe la bandiera della Repubblica Islamica dell’Iran. Ma Trump potrebbe aver capito che la tenacia, la ‘endurance’ degli Stati Uniti è il fattore che deciderà l’esito della guerra che egli ha voluto iniziare. I militari del Centcom stanno dimostrando in questa quarta fase che la guerra si può ancora vincere e questo perché anche le Guardie della Rivoluzione hanno bisogno di risorse economiche per combattere. E quelle risorse adesso vengono loro negate. In questo scenario, la collaborazione che l’Europa, la Corea del Sud e il Giappone devono offrire è importante. Non ci sono pretesti plausibili per non appoggiare il Tesoro americano nell’applicare nuove sanzioni secondarie sulle banche e sugli altri enti di intermediazione con l’Iran. La libera navigazione nello Stretto di Hormuz e il petrolio del Golfo Persico sono per noi importanti più quanto non lo siano per gli Stati Uniti. E l’arma nucleare iraniana, obiettivo mai abbandonato a Teheran, deve preoccuparci più di quanto preoccupi gli Stati Uniti. Al di là degli appuntamenti e degli equilibrismi di politica interna, il governo italiano, attraverso il suo ministro dell’Economia, oggi 31 agosto e domani 1 settembre, può svolgere un ruolo di primo piano ad Ashville nella riunione del G20, appoggiando fattivamente e pubblicamente il segretario al Tesoro degli Stati Uniti. Nel Golfo Persico sono in discussione interessi vitali anche per l’Italia. E negando la libertà di navigazione ad Hormuz, il regime teocratico iraniano li sta violando.
* Ambasciatore A.R.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).











