Salviamo la BCS ad Abbiategrasso: il piano della proprietà e la sfida decisiva per il futuro dell’azienda

Stamani assemblea dei lavoratori, sindacati critici: la storica azienda a un bivio, con l'amministrazione straordinaria sullo sfondo. Chi è il gruppo Fulchir, che martedì si è fatto avanti a Roma

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Salvare BCS, salvaguardare i posti di lavoro e mantenere ad Abbiategrasso il cuore produttivo di un’azienda che rappresenta una realtà industriale storica del territorio. È questa, oggi, la priorità.

La crisi della BCS arriva a un passaggio decisivo dopo l’incontro dell’11 agosto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy e l’assemblea dei lavoratori convocata questa mattina ad Abbiategrasso. Un confronto nel quale non sono mancate le critiche delle organizzazioni sindacali al progetto presentato dalla proprietà e dal nuovo partner industriale.

Ma proprio in queste ore assume particolare rilievo la lettera inviata dalla famiglia Castoldi a tutti i lavoratori. Un documento che, al di là delle contrapposizioni, mette sul tavolo numeri, tempi e condizioni concrete. E che merita di essere letto e valutato con attenzione, soprattutto perché la posta in gioco è altissima.

La proprietà ricostruisce innanzitutto il percorso avviato negli ultimi mesi: dopo la fase di preconcordato, i soci hanno cercato un partner in grado di garantire ricapitalizzazione, ristrutturazione e rilancio, indicando come priorità la continuità produttiva e occupazionale e la salvaguardia dell’integrità del Gruppo.

Il dato di partenza è tutt’altro che rassicurante: dal settembre 2025 BCS ha sviluppato una produzione di circa 30 milioni di euro, contro ricavi che prima della crisi superavano i 100 milioni annui. Una distanza enorme, che rende indispensabile riportare rapidamente l’azienda a livelli produttivi compatibili con la sua struttura.

Ed è proprio qui che entra in gioco il progetto individuato dalla famiglia Castoldi.

Secondo quanto comunicato dalla proprietà, si tratta di un partner industriale italiano, con esperienza nel settore meccanico e sinergie con la produzione BCS, interessato anche al business MOSA: il gruppo Fulchir (di cui vi parliamo in appendice al pezzo). Un progetto diverso dalle altre manifestazioni di interesse arrivate nei mesi scorsi, perché punta a mantenere l’integrità del Gruppo e, soprattutto, il suo cuore industriale, produttivo e occupazionale in Italia.

La proposta contiene alcuni elementi molto concreti.

La ripresa delle attività produttive è prevista già da settembre, anche grazie a un portafoglio ordini confermato superiore ai 45 milioni di euro. Il partner prenderebbe in affitto l’intero ramo d’azienda, comprendendo attività produttive e organico, mettendo a disposizione le risorse finanziarie necessarie alla ripartenza.

I numeri sull’occupazione sono altrettanto importanti. BCS conta oggi 436 collaboratori: nella prima fase circa 230 sarebbero impiegati nelle attività produttive, mentre per gli altri continuerebbero gli strumenti di integrazione salariale. La proprietà sottolinea un elemento decisivo: nell’operazione non sarebbero previsti esuberi, con l’obiettivo di procedere al graduale riassorbimento degli altri lavoratori con la crescita dei volumi.

Il progetto prevede inoltre l’ingresso del partner con una partecipazione di circa l’80% di BCS, assumendone il controllo e partecipando direttamente al percorso di risanamento. A questo si aggiungerebbe un nuovo piano di concordato preventivo per la ristrutturazione dell’indebitamento e il soddisfacimento di una quota significativa dei crediti di fornitori e banche.

E poi c’è un numero che, in una crisi industriale, pesa più di molti discorsi: fino a 20 milioni di euro di capitali disponibili già da settembre per far ripartire le attività.

È questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi ogni ragionamento.

La proprietà sostiene infatti che il progetto sia già strutturato finanziariamente per poter procedere anche senza l’eventuale sostegno pubblico, pur auspicando l’intervento delle istituzioni attraverso gli strumenti normalmente previsti per accompagnare operazioni di questo tipo.

Di fronte a questi elementi, la contrapposizione fra le diverse soluzioni non può essere affrontata soltanto sul terreno delle posizioni di principio.

La strada dell’amministrazione straordinaria, indicata come preferibile dalle parti sociali secondo la ricostruzione della proprietà, deve certamente essere valutata. Ma la domanda fondamentale è un’altra: quale soluzione garantisce concretamente maggiori possibilità di continuità produttiva e occupazionale?

Perché BCS non ha bisogno soltanto di essere amministrata nella crisi. Ha bisogno di tornare a produrre, di consegnare i propri prodotti, di alimentare la rete commerciale, di mantenere i mercati esteri e di tornare progressivamente a livelli di fatturato adeguati. La stessa proprietà avverte che un’interruzione prolungata delle forniture potrebbe mettere in difficoltà anche le filiali estere, che negli ultimi due anni hanno rappresentato un elemento fondamentale per la tenuta del Gruppo.

E c’è un altro aspetto che non può essere ignorato.

Secondo la famiglia Castoldi, dopo il confronto dell’11 agosto il nuovo partner industriale avrebbe percepito un clima di opposizione al progetto e starebbe valutando la possibilità di ritirarsi.

Se questo rischio fosse confermato, sarebbe un fatto estremamente grave.

Perché in una situazione come quella di BCS ogni giorno conta. Ogni soluzione deve essere valutata sulla base della sua capacità di produrre un risultato concreto: tenere aperti gli stabilimenti, mantenere il lavoro, conservare il patrimonio industriale e permettere all’azienda di tornare a crescere.

La famiglia Castoldi, nella propria lettera, sostiene di essere pronta a fare un passo indietro, rinunciando sostanzialmente alla propria partecipazione e affidando al nuovo partner la futura guida della società, proprio con l’obiettivo dichiarato di garantire continuità e futuro a BCS.

È dunque il momento della responsabilità.

Sindacati, lavoratori, proprietà, istituzioni locali e nazionali devono certamente confrontarsi, anche duramente quando necessario. Ma il confronto non può trasformarsi in una gara a chi dice il “no” più forte. Deve servire a capire quale sia la soluzione migliore per BCS e soprattutto per i suoi 436 lavoratori.

Ad Abbiategrasso c’è un patrimonio industriale che non può essere disperso. Ci sono competenze, professionalità, mercati, ordini e una storia aziendale che meritano di avere un futuro.

Per questo, prima di tutto, salviamo la BCS.

Valutiamo il piano. Verifichiamo numeri, garanzie e condizioni. Chiediamo tutte le certezze necessarie. Ma non lasciamo che una soluzione industriale concreta possa saltare senza averne valutato fino in fondo le conseguenze.

Perché davanti a una crisi industriale la domanda non dovrebbe essere soltanto chi ha ragione?

La domanda vera è: come salviamo l’azienda e il lavoro?

E ad Abbiategrasso, oggi, è una domanda alla quale tutti devono dare una risposta.

CHI E’ IL GRUPPO FULCHIR
Il gruppo industriale che martedì a Roma si è fatto avanti per rilevare la Bcs è il gruppo Fulchir. Eccone una rapida descrizione. “Un piccolo laboratorio artigianale, un 21enne con la passione per l’innovazione, un Comune da 8mila anime nella provincia friulana. Inizia così la storia imprenditoriale di Carlo Fulchir, classe 1962, che nel 1983 fonda, nella “sua” Buja, 10 chilometri a Nord da Udine, a un passo dal confine austriaco, la piccola azienda Elektron, affacciandosi sul mercato dell’elettronica. A molti sembra una mossa avventata, un salto nel buio di un giovane che rincorre una chimera, forse sedotto dall’utopia di creare in un territorio tradizionalmente conservatore e ancorato alle retroguardie culturali, il medio Friuli, un’attività all’avanguardia in un settore su cui aleggia un alone di mistero, quello dell’elettronica. Carlo Fulchir tira dritto, parte da solo, e cresce esponenzialmente. In pochi anni, si accredita come interlocutore riconosciuto a livello nazionale, ed entra in contatto con le più grandi aziende di Telecomunicazioni del momento, quali la allora Telettra appartenente al gruppo Fiat (oggi la grande Alcatel-Lucent), la Necsy appartenente al gruppo Stet (ora Telecom Italia), e tante altre. I rapporti di collaborazione si consolidano, al punto che Fulchir diventa un punto di riferimento per le attività di produzione di apparecchiature per il grande mondo delle telecomunicazioni. La Elektron (oggi DM Elektron) diventa così un azienda di circa 500 dipendenti (1993) e con circa 30 Ml di fatturato all’anno. In soli 10 anni, da umili origini, Fulchir ha costruito un colosso nel settore, e si sente pronto ad affrontare una nuova sfida: cede la maggioranza della propria azienda ad uno dei suoi principali clienti, e avvia un nuovo progetto industriale”.

Qui un’intervista a Stefano Fulchir, figlio di Carlo Fulchir: https://www.lastampa.it/torino/2026/05/01/news/stefano_fulchir_intervista_zetronix_lear_grugliasco-15605854/

LA NOTA DEI SINDACATI

«Nella giornata di martedì 11 agosto, presso la sede del MIMIT, si è svolto l’incontro tra le organizzazioni sindacali, la proprietà e i rappresentanti del Gruppo Fulchir, alla presenza del Ministero, delle istituzioni locali, dei sindaci e dei rappresentanti delle Regioni Emilia-Romagna e Lombardia.

Dopo una breve introduzione del Ministero, hanno preso la parola i rappresentanti del Gruppo Fulchir, presentatisi come potenziali acquirenti del Gruppo BCS.

La proposta è stata illustrata attraverso un video promozionale di circa quattro minuti e due slide estremamente generiche, volte a rappresentare, solo in linea di massima, quello che avrebbe dovuto essere il piano industriale di rilancio di BCS.
Proprio la forte genericità del progetto ha fatto sorgere numerose perplessità e quesiti da parte delle Regioni e delle organizzazioni sindacali, con l’obiettivo di verificare la reale solidità e concretezza della proposta.
Purtroppo, alle domande poste non sono arrivate risposte sufficientemente chiare e convincenti.

L’unico elemento concreto emerso riguarda l’impatto occupazionale: a fronte degli attuali 430 lavoratori e lavoratrici, il Gruppo Fulchir prevedrebbe inizialmente il mantenimento di soli 200 posti di lavoro, ipotizzando un eventuale reintegro del restante personale nell’arco di cinque anni, ma senza fornire alcuna garanzia precisa.
Anche sul fronte degli investimenti non sono giunte certezze. Nelle slide presentate, gli investimenti risultavano infatti subordinati all’approvazione del piano concordatario — piano peraltro già vagliato e respinto dal Tribunale di Milano — e dunque non immediati né garantiti.

È rimasto inoltre completamente irrisolto il tema della ripartenza produttiva a settembre, soprattutto considerata la mancanza di un’immissione immediata di liquidità in grado di assicurare la continuità dell’attività.

Di fronte a uno scenario fortemente incerto e privo di prospettive chiare, come organizzazioni sindacali — consapevoli della grande responsabilità nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori di BCS — non abbiamo ritenuto possibile sostenere il percorso prospettato, chiedendo che lo stesso venisse ulteriormente approfondito.
A fronte delle criticità emerse nel corso del confronto, il Gruppo Fulchir ha deciso di ritirare la propria proposta.

Per questa ragione, riteniamo che l’unica strada percorribile sia quella dell’amministrazione straordinaria. L’obiettivo è guadagnare il tempo necessario per consentire non solo a Fulchir, ma anche ad altri soggetti interessati, di presentare proposte concrete e solide, capaci di mettere al centro la tutela dell’occupazione e la continuità produttiva dei siti.

La proprietà, preso atto della situazione, si è riservata di valutare come procedere.
Come organizzazioni sindacali, insieme alle istituzioni coinvolte – scrivono in conclusione Fim-Cisl e FIom-Cgil – continueremo a seguire con la massima attenzione l’evoluzione della vertenza».

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