Animali, il cane specchio e psicologo del padrone. Due studi spiegano il perché

Si è evoluto in modo diverso in tutto il mondo per adattarsi ai tratti umani e questa relazione millenaria è così stretta che Fido ci capisce nel profondo, distinguendo la nostra felicità ma anche la paura dalla tristezza.

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Lo chiamiamo “il migliore amico dell’uomo”, e prove millenarie supportano questo appellativo: i cani sono stati ritrovati sepolti accanto a esseri umani in tombe risalenti
a 14.000 anni fa.

Compaiono nell’arte antica di ogni continente e sono presenti nella mitologia, nella religione e nel folklore di praticamente ogni cultura. Le prove archeologiche dimostrano che ci hanno aiutato a cacciare, a proteggere le nostre case, a trasportare i nostri averi, a radunare il bestiame e a farci compagnia per tutta la durata della storia documentata.

E oggi il numero di cani che vivono con gli esseri umani è superiore a quello di qualsiasi altro periodo
storico. Si contano centinaia di razze specializzate, dai mini chihuahua che stanno dentro una borsetta agli alani che arrivano all’altezza della vita. La convivenza è stata così stretta che i cani
si sono evoluti in modo diverso in tutto il mondo per adattarsi ai tratti umani, sviluppando caratteristiche distintive in diverse regioni, rispecchiando i diversi stili di vita dei loro partner
‘bipedi’.

Fido non è solo lo specchio del padrone, è anche il suo ‘psicologo’, straordinariamente bravo a interpretare risate, espressioni corrucciate e lacrime. Sia gli scienziati che gli
appassionati dei cani lo sanno da tempo. Ma la biologia alla base di questa capacità è rimasta in gran parte inesplorata finora. Così come resta aperto un interrogativo: come sono emerse così tante razze durante questi 15.000 anni di coevoluzione?

A queste domande provano a rispondere due studi. Il primo è il lavoro
di un archeologo, Peter Mitchell, che nel suo nuovo libro (‘First Dogs: Hunter-Gatherers and their Canine Companions from Prehistory to the Present’) rivela come la domesticazione del CANE sia stata un processo complesso in cui sia gli esseri umani che i lupi
probabilmente hanno partecipato – almeno inizialmente – come partner alla pari, e come le comunità di cacciatori-raccoglitori siano state assolutamente centrali in questo processo, molto prima che altri
animali o piante venissero posti sotto lo stretto controllo umano.

Il risultato è stata l’evoluzione di molteplici percorsi di interazione, con i cani che hanno sviluppato tratti specializzati che si adattavano perfettamente alle esigenze e agli ambienti delle società umane con cui vivevano.

Il secondo studio, pubblicato sulla rivista ‘iScience’ di Cell Press, analizza invece l’attività cerebrale di alcuni cani mentre osservano immagini di diverse espressioni facciali umane. Le
scansioni del loro cervello mostrano che elaborano i sorrisi in una specifica regione e, per le prima volta, forniscono la prova che i cani sono in grado di distinguere anche tra espressioni facciali
negative come rabbia, tristezza e paura.

“Gli esseri umani sono bravissimi a cogliere i piccoli dettagli del viso, e lo sono anche i
cani”, afferma il primo autore Raúl Hernández-Pérez dell’università di Vienna. “Questo li rende molto interessanti. Studiando il loro cervello, possiamo capire quali adattamenti si sono sviluppati per supportare la loro straordinaria comprensione sociale ed emotiva degli
esseri umani”.

E si torna alla loro evoluzione nei secoli, analizzata dall’archeologo Mitchell. Dalla tundra artica alle foreste pluviali tropicali, i cani hanno subito trasformazioni straordinarie che riflettono la diversità delle culture umane e degli ambienti. Questo processo di evoluzione
parallela ha prodotto animali diversi come i cani da slitta compatti e dal folto pelo dell’estremo nord e i cani da caccia snelli e adattati al caldo delle regioni equatoriali. Nelle regioni ad alta quota
dell’altopiano tibetano, sia i cani che i loro compagni umani hanno sviluppato adattamenti genetici simili per far fronte all’aria povera di ossigeno.

La ricerca ha identificato geni specifici nei cani tibetani che li aiutano a prosperare ad altitudini dove le razze di pianura farebbero fatica, rispecchiando gli adattamenti riscontrati nelle popolazioni umane della stessa regione. “Non sappiamo quando i cani si siano uniti a loro per la prima volta, e le varianti genetiche necessarie per prosperare in quell’ambiente potrebbero essere state acquisite rapidamente, ma fino a quando ciò non è avvenuto, l’ipossia ha presumibilmente rappresentato un limite alla presenza canina”, spiega Mitchell.

Forse in nessun altro luogo il rapporto tra uomo e CANE è più specializzato che nell’Artico, dove le popolazioni indigene hanno sviluppato sofisticate culture di utilizzo delle slitte trainate dai cani, ragiona l’esperto.

Le prove archeologiche rivelano che i cani artici hanno sviluppato caratteristiche scheletriche
distintive legate al loro ruolo di animali da tiro, tra cui specifici schemi di stress vertebrale e ossa degli arti robuste, capaci di resistere alle sollecitazioni del traino di carichi pesanti attraverso
paesaggi ghiacciati. Questi cani nordici non erano semplici mezzi di trasporto, ma elementi essenziali delle strategie di sopravvivenza che permisero agli esseri umani di prosperare in uno degli ambienti più
ostili della Terra.

Il rapporto era così stretto che cani e umani condividevano spesso diete simili, come rivelato dalle analisi su ossa antiche, con entrambi che si nutrivano prevalentemente di risorse marine nelle regioni costiere.

Al contrario, i cani che vivono con le società di cacciatori-raccoglitori nelle regioni tropicali hanno sviluppato caratteristiche molto diverse.

Nelle foreste pluviali del Sud America e del Sudest asiatico, i cani si sono evoluti come compagni di caccia specializzati, con maggiori capacità di seguire le tracce della
selvaggina nella fitta vegetazione e di orientarsi su terreni complessi. Questi cani tropicali in genere rimanevano più piccoli e agili dei loro simili settentrionali, caratteristiche che si
rivelarono vantaggiose negli ambienti delle foreste.

I resoconti etnografici descrivono come le popolazioni indigene gestissero attentamente l’allevamento per mantenere queste capacità di caccia, selezionando i cuccioli più promettenti e talvolta persino
incrociandoli con canidi selvatici per ravvivare i tratti desiderati.

La diversità delle forme canine in tutto il mondo riflette dunque non solo l’adattamento ambientale, ma anche le preferenze culturali e le specifiche esigenze funzionali. Sulla costa nord-occidentale del Nord
America, ad esempio, alcuni gruppi indigeni allevavano cani di piccola taglia dal pelo lanoso proprio per la loro pelliccia, che veniva tessuta per realizzare coperte cerimoniali: un esempio unico di cani
impiegati nella produzione di tessuti anziché nella caccia o nel trasporto. In altre regioni, i cani svolgevano un ruolo cruciale nella vita spirituale e cerimoniale, il che portava alla selezione di
particolari caratteristiche fisiche o comportamenti ritenuti culturalmente significativi.

La ricerca sta inoltre iniziando a evidenziare come le malattie trasmesse da vettori possano aver limitato significativamente la distribuzione e l’evoluzione dei cani in alcune regioni.

Nell’Africa subsahariana, ad esempio, malattie come la tripanosomiasi (la ‘malattia del sonno’) e l’ehrlichiosi spiegano potenzialmente perché i cani siano arrivati relativamente tardi nelle regioni tropicali del mondo e nelle aree a sud di queste, o siano rimasti meno comuni in
queste zone rispetto alle zone temperate.

Si aggiunge così con il fattore malattie un ulteriore tassello alla comprensione di come i
cani si siano evoluti in modo diverso in tutto il mondo, non solo adattandosi a ciò che era presente nel loro ambiente, ma anche venendo plasmati da ciò che era assente o ostile alla loro sopravvivenza.

Studi genetici moderni rivelano poi che molte antiche linee di sangue canine sono andate perdute, sostituite da razze europee che si sono diffuse in tutto il mondo durante l’espansione coloniale.

Tuttavia, tracce di queste popolazioni originarie persistono ancora in alcune regioni, offrendo scorci sulla lunga storia della coevoluzione tra uomo e CANE. Le prove archeologiche, genetiche ed etnografiche sono dunque concordi: i cani non si sono limitati a seguire gli esseri
umani in tutto il mondo, ma si sono evoluti al loro fianco. Questa evoluzione parallela rivela i modi in cui esseri umani e cani si sono influenzati reciprocamente nella biologia e nel comportamento nel
corso dei millenni.

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