“Il recente summit d’area progressista a Napoli tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa ha lasciato sul campo più di una perplessità. Al di là dei proclami d’intento e delle formule unitarie di rito, resta infatti irrisolto il grande elefante nella stanza della politica europea ed estera: come la mettiamo con il riarmo e la difesa comune?
Troppo spesso questo dibattito viene trattato alla stregua di uno scontro ideologico, una “scelta di campo” valoriale su cui sventolare bandiere. La realtà, tuttavia, viaggia su binari molto più pragmatici. Se anche domani l’Italia dovesse essere guidata da un governo monocolore a forte trazione M5S o AVS, quell’esecutivo aumenterebbe comunque il budget destinato alla difesa. Non per improvvisa conversione bellicista, ma per un preciso vincolo di realtà.
L’autonomia strategica dell’Europa: una necessità ineludibile
L’Unione Europea sta inevitabilmente scivolando verso la costruzione di un sistema difensivo coordinato e progressivamente autonomo dagli Stati Uniti. È una prospettiva non solo auspicabile, ma doverosa e fondamentale per la salvezza dell’autonomia continentale. Per realizzare questo salto di qualità, tuttavia, servono risorse concrete.
La sinistra italiana intende davvero tirarsi indietro di fronte a progetti di sovranità tecnologica e strategica?
Sistemi satellitari e informatici europei: preferiamo investire sulle infrastrutture sovrane come IRIS², Copernicus e Galileo, o continuare ad appaltare la nostra sicurezza a piattaforme private americane come Starlink?
Integrazione industriale: vogliamo rimanere esclusi dal programma EDIP (European Defence Industry Programme) o partecipare da protagonisti?
Rimanere alla finestra è un’illusione. Che ci piaccia o no, qualsiasi forza politica al governo si troverà a dover finanziare questi impegni.
Riarmo comune vs. corsa agli armamenti dei singoli Stati
Un punto centrale merita di essere chiarito: il riarmo frammentato dei singoli 27 Stati membri, privo di una regia unitaria europea, è una follia strategica ed economica. Aumentare la spesa a pioggia senza coordinamento genera solo inefficienze e sprechi.
È al livello dell’Unione Europea che serve la svolta, in linea con le posizioni della socialdemocrazia europea (PSE). Allo stesso tempo, occorre onorare gli impegni assunti in sede NATO fino alla soglia del 2% del PIL. Le posizioni estreme, come il 5% ipotizzato da Donald Trump, sono irrealistiche; ma il 2% rappresenta il prezzo della credibilità internazionale. Se qualcuno ritiene che l’Italia debba uscire unilateralmente dall’Alleanza Atlantica, abbia il coraggio di esplicitarlo chiaramente agli elettori.
La chimera dello slogan “meno armi, più ospedali”
Gli slogan consolatori che contrappongono le spese militari ai servizi sociali non rappresentano un’alternativa di governo, ma una fuga dalla realtà.
Mentre ci si accapiglia su ogni singolo euro destinato alla sicurezza, vale la pena ricordare la facilità con cui sono stati bruciati oltre 200 miliardi di euro in bonus edilizi sregolati — risorse con cui si sarebbe potuta riqualificare l’intera edilizia scolastica e sanitaria del Paese.
In un contesto globale in cui continuano a prevalere le dinamiche di potenza, un sistema di difesa europeo solido non è un’opzione ideologica, ma una garanzia di sopravvivenza politica. Senza una difesa efficace, si sceglie deliberatamente la strada del vassallaggio.
Senza forza non c’è diplomazia
Tirarsi indietro non fermerà una sola guerra e non farà avanzare la causa della pace. La diplomazia è l’unica via per risolvere i conflitti, ma la negoziazione internazionale assomiglia a una partita a carte: per sedersi al tavolo delle trattative bisogna possedere le carte giuste.
Queste carte sono tre:
Credibilità politica
Potenza economica
Difesa ed efficacia strategica
Privarsi del terzo elemento significa condannarsi all’irrilevanza diplomatica. Chi oggi promette “non un euro per le armi”, domani, una volta al palazzo di governo, farà l’esatto contrario, ripetendo le medesime inversioni di marcia a cui ci hanno abituato le forze politiche del passato e del presente.
Diciamo la verità invece, perché in politica la verità rimane sempre la scelta più rivoluzionaria. ”
Nella foto in basso Martino Steffanoni, pensionato con la passionaccia per la politica













