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Faccia da Massimo Boldi ….e lo sport nazionale

Cosa c’entra Massimo Boldi con lo sport? Probabilmente quanto un piatto di pasta al pesto con una dieta da atleta olimpico. Eppure, la recente uscita del “Cipollino” nazionale ha scoperchiato un vaso di Pandora che va ben oltre la semplice battuta: ha riportato a galla il volto di un’Italia provinciale, nepotistica e terribilmente affamata di visibilità.

Il comico come specchio della realtà
In un Paese di conformisti, dove il perbenismo regna sovrano, Boldi si è ricordato di essere, prima di tutto, un comico. E il compito del comico, storicamente, è quello di dire la verità in modo sarcastico, denunciando i malcostumi. La sua “battuta” — per molti inopportuna — ha in realtà evidenziato il paradosso di un sistema dove fare il “farfallone” tra una giocata e l’altra sembra essere diventato lo sport nazionale più praticato.

Tra meritocrazia e “Happy Days”
Il problema non è la presenza di artisti o personaggi dello spettacolo ai grandi eventi; se rappresentano le eccellenze del territorio, sono i benvenuti. Il nodo della questione è la graduatoria del merito, troppo spesso scavalcata da amicizie, parentele e favori.

Quando un appuntamento importante bussa alla porta delle nostre città, assistiamo regolarmente a una scena da “Happy Days”: una corsa frenetica a dire “io c’ero”, a postare il selfie di rito su Facebook o Instagram, mettendo la brama di apparire davanti al giusto riconoscimento di chi lo sport lo vive e lo fatica davvero.

Un male senza colore politico
È un vizio italico duro a morire, che unisce destra e sinistra sotto la bandiera del presenzialismo. Molti dei cosiddetti “portatori di fiamma” rappresentano l’eccellenza, è vero, ma per una gran parte di loro l’utilità resta un mistero, se non quella di soddisfare logiche di potere locale e piccoli favoritismi.

La prova del nove
Chi non ha il senso dell’ironia e si indigna per una battuta sarcastica, spesso, è proprio chi ha la coscienza sporca. La reazione piccata di certi ambienti è la “prova del nove”: serve a distinguere uno Stato realmente meritocratico da uno basato sulla pura apparenza.

Finché la brama di visibilità vincerà sulla competenza, rimarremo un Paese che preferisce la posa al podio. E forse, alla fine, ha ragione Boldi: meglio una cotoletta franca e sincera che l’ipocrisia di chi si sente un atleta solo perché ha una fascia al petto e uno smartphone in mano.

A cura di Massimo Moletti

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