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Magenta. Musica e prosa. Al Lirico il sipario si apre di nuovo con successo- di Franca Galeazzi

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MAGENTA – <<Le piace Brahms?>>. <<Sì!>> e moltissimo al pubblico presente al Lirico, la sera di sabato 21 gennaio. Ne sono stati prova indiscutibile i prolungati, entusiastici, applausi e i ripetuti ‘bravo’, rivolti agli esecutori del Doppio concerto per violino, violoncello e orchestra in la minore, op.102, e della Sinfonia n.2 in re maggiore, op.73, del compositore tedesco Johannes Brahms. Ben 48 giovani orchestrali (Orchestre ‘Città di Magenta’ e ‘Antonio Vivaldi’) hanno accompagnato i protagonisti del successo del primo appuntamento della Stagione musicale magentina: il violoncellista e direttore d’Orchestra, Enrico Bronzi, e il violinista, Marcello Miramonti, cresciuto nelle fila di Totem e dal giugno scorso 1er violino solo dell’Orchestra di Marsiglia. Per il ‘nostro’ musicista, tra i cinque anni degli inizi e gli attuali trenta, si è dispiegato un percorso di studi, premi e collaborazioni professionali importanti. Curriculum prestigioso quello di Enrico Bronzi, non solo solista dalla ricca esperienza riconosciuta a livello internazionale, ma anche artista con la ‘vocazione’ a diffondere l’amore e la comprensione della musica.
Gradita e interessante, al proposito, è stata la sua introduzione alla seconda parte dell’esibizione musicale. Ora, lasciando i dotti commenti agli esperti e a quelli che di musica sanno, per quanto ci riguarda, siamo stati trascinati dalla bellezza delle melodie e sorpresi dall’eccezionale scorrere degli archetti dei due solisti, in particolare nell’esecuzione del quarto tempo della sonata per violino e violoncello in do minore di Maurice Ravel: ‘fuori programma’ offerto da un Bronzi e un Miramonti <<spaziali>>, come da commento colto in sala alla fine della straordinaria prestazione.

 

Indubbio successo anche della prima proposta della Stagione teatrale, che ha visto in scena, lo scorso mercoledì, Massimo Dapporto e Antonello Fassari, come principali, eccellenti, interpreti dell’atto unico di Eugène Labiche “Il delitto di via dell’Orsina”, produzione teatrale del ‘Franco Parenti’ con la regia di Andrée Ruth Shammah. Un intreccio di equivoci, ambiguità, fraintendimenti a causa di un buco nero della memoria in cui si perdono le tracce di una nottata ‘allegra’ di due ex-compagni di scuola, che hanno alzato troppo il gomito. Dalla lettura di una notizia di cronaca nera nasce in loro il terribile dubbio e, poi, la certezza di aver commesso un delitto esecrabile ed esecrato. Da qui l’affannata urgenza di cancellare prove e togliere di mezzo testimoni, pensando e facendo, per fortuna in modo maldestro, di peggio, perché la propria innocenza, costi quel che costi, deve essere difesa e affermata.

 

E lo sarà, grazie all’arrivo, a mo’ di Deus ex machina, del foglietto stropicciato del conto del locale in cui, nell’obliata nottata, i due hanno bevuto e intrallazzato variamente. Ci si diverte, si ride; tuttavia, delle terribili intenzioni, sebbene non si siano concretizzate, che dire? Sono proprio così innocenti quei due ? L’importante è lavarsi bene le mani: quelle la gente le vede se sono sporche o pulite. E la coscienza? Pazienza, e chi la vede? In aggiunta,la pièce vede in scena una servitù che ruba ogni giorno qualcosa e un ‘caro’ parente pronto al ricatto per ottenere un grosso prestito. Sono tutti così innocenti? Siamo tutti sempre innocenti, come crediamo? Oltre al benessere che le risate hanno prodotto grazie alla bravura e alla simpatia degli attori, premiati da un lungo ininterrotto battimano del folto pubblico, è auspicabile che un’ombra di inquietudine, o almeno una riflessione, lo spettatore se la sia portata a casa.

 

Franca Galeazzi

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