A cura di Irene Bertoglio e Aldo Violino
Sabato prossimo, 19 marzo 2022, sarà la festa del papà. Tale ricorrenza ci porta a riflettere: pensando alla situazione attuale, ha ancora senso, per un uomo, generare un figlio? Noi rispondiamo con convinzione di sì, ma – per farlo – è necessario in qualche modo “buttare il cuore oltre alla siepe”.
Spesso, infatti, al giorno d’oggi, non si cercano figli perché non si riesce ad accedere al desiderio stesso della genitorialità, in quanto si mettono davanti le difficili ed avverse condizioni di vita concrete, non sempre favorevoli alla strutturazione di un terreno sereno per la crescita di un figlio.
Avere presente una responsabilità nei confronti del sano sviluppo del bambino è senz’altro fondamentale, come lo è anche il riuscire ad avere una visione che vada oltre agli aspetti meramente economici. Infatti, se non si è nella possibilità di procreare nel momento presente, è sempre possibile far crescere il pensiero generativo dentro di sé attraverso la creatività interiore. Per decidere di mettere alla luce un bambino è necessaria una prospettiva che vada oltre al materiale, una fiducia nei confronti della vita.
La nostra società, è un dato di fatto, non aiuta in questo senso, con la sua spinta esasperata al consumismo e all’individualismo, con la progressiva perdita del senso profondo del concetto di famiglia e con la sua tendenza a separare la sessualità – che si riduce spesso solo alla ricerca del piacere – dalla procreazione.
In quest’ottica risulta difficile per un giovane (ma anche per un meno giovane) passare dalla condizione di bambino, ovvero quella egocentrica, a quella più matura del dono, che comporta una posizione di gratuità. Senza questa apertura del cuore, la genitorialità è vista soltanto come un’incombenza pesante da gestire, e la rappresentazione del figlio diviene quella di un intruso e di un grande impegno da aggiungere a quelli già presenti, che sconvolge, tra l’altro, l’ordine e l’equilibrio personali.
Eppure, crediamo che l’uomo che vive solo per sé stesso si privi di qualcosa di importante. La generatività è infatti un progetto che trascende l’individualità, ed è questo l’amore: uscire da sé per andare incontro all’altro, al concetto del “noi” e ad uno sviluppo creativo di un terzo. Questo atteggiamento di intima disponibilità, spesso non preventivato, conduce poi anche ad un arricchimento personale, a cui non è possibile giungere se si rimane chiusi nel proprio mondo. È necessario creare uno spazio interiore rispetto ai propri interessi, che rischiano altrimenti di diventare una dipendenza (nel senso di predominanti ed esclusivi a scapito di altri progetti).
È come se, con un figlio, il proprio hard disk si espandesse, permettendo una straordinaria crescita personale, di coppia e collettiva. Questo tipo di crescita è decisiva. Il nostro non vuole essere, infatti, solo un inno alla vita, ma un inno alla crescita, perché generare fa “espandere”, mentre l’individualismo inaridisce. Per le donne, solitamente, la maternità è sentita in modo più immediato, mentre per gli uomini questa è da costruire attraverso la rinuncia della comfort zone a favore di un atteggiamento che si lasci sorprendere dalla vita. Nella comfort zonesi conoscono bene le vie praticate e non viene richiesto in alcun modo di modificare i propri percorsi sicuri e il proprio assetto, ma avventurarsi nella vita significa anche andare oltre alla ricerca di garanzie e sperimentarsi in altro modo, perché la vita stessa è così! C’è un pizzico di rischio a cui bisogna andare incontro e non ci stiamo qui riferendo al rischio che coincide con la ricerca dell’adrenalina.
Anzi, quest’ultima porta ad una strada completamente diversa rispetto all’assunzione della responsabilità genitoriale. Crediamo sia pacifico affermare che è più difficile e più coraggioso mettere al mondo un figlio rispetto ad un atteggiamento sfidante di ricerca di sensazioni forti e continue: non è questo il vero coraggio; il vero coraggio è responsabilizzarsi e provare a fare un salto di qualità esistenziale, attraverso un impegno per la vita (il famoso “per sempre”). Dilagante è il pensiero che la definitività sia un vincolo e non un’opportunità di stabilità. Un figlio, naturalmente, modifica l’assetto di vita; non è infatti possibile abdicare al ruolo paterno.
Questo aspetto non di rado spaventa, ma è una sfida straordinaria che ingaggia costantemente ed un dono che crea reciprocità, perché poi i figli danno tantissimo. In una visione orientata al “cosa ci perdo”, di fronte al fatto che un figlio impegna in modo decisivo, sia in termini di tempo che di cura e di assistenza, non si scorgono i vantaggi istantanei del diventare genitore. Tale visione è miope, perché si focalizza sull’immediato (ad esempio, nella valutazione della presenza/assenza delle condizioni materiali) e non a lungo termine. In una prospettiva limitata al breve periodo, i pensieri relativi all’ipotetico figlio risulteranno inevitabilmente negativi, riguarderanno infatti solo le conseguenti rinunce, i sacrifici e la fatica.
È un tipo di valutazione razionale (e non stiamo dicendo, naturalmente, che questa non sia necessaria, ma che non deve essere privilegiata): si valuta l’ipotesi di fare un bambino come se fosse un acquisto, senza tener conto dell’effetto sorpresa, di cosa il bambino possa suscitare e di cosa si possa da lui ricevere. In definitiva, è come se non si tenesse conto della possibilità affettiva di ricchezza e di benessere dovuti a tale allargamento di vita. Per l’uomo, spesso, scegliere di diventare padre è visto come una “cosa da fare”, una missione da portare a termine (più o meno sollecitata dall’esterno), dunque non sentita.
E capita, di sovente, che non ci si dia proprio la possibilità di sentirla, non per una questione di freddezza, ma perché la constatazione della mancanza di un ambiente soggettivamente interpretato come ottimale e perfetto preclude a priori di immaginarsi l’esperienza da vivere.
La domanda da porsi è: riesco ad accedere al pensiero di sperimentare un’esperienza di paternità? Per uscire dalla logica razionalistica è necessario uno sguardo prospettico più profondo, che non precluda aprioristicamente tutta l’esperienza delle sensazioni e delle emozioni che si potrebbero provare con la nascita di un figlio. Abbiamo la possibilità di sperimentare la vita in tutte le sue possibilità, perché precludersene una così importante? Se si è disponibili a cambiare approccio, generare una vita offre un punto di vista diverso, più ampio, di maggior benessere, creando delle prospettive che prima non si avevano.
Diventare padre aumenta il senso di responsabilità personale che, lungi dall’essere un peso, è un dono per tutta la collettività. Mettere al mondo un figlio è un antidoto alle difficoltà, ridà speranza perché rappresenta la forma più alta di amore: ci si dona senza chiedere niente in cambio. Generare non significa mettere al mondo, ma iniziare un percorso, accompagnare, innaffiare quotidianamente e con cura un seme che cresce nel tempo, diventando una pianta. È senz’altro vero che oggi è difficile trovare dei modelli di riferimento, ma ciò non deve diventare un alibi: gli esempi li si può cercare, se non li si ha. Siamo infatti circondati da tanti uomini che si mettono in gioco in prima persona con i propri figli, spendendosi quotidianamente. Questi padri testimoniano che i figli danno un senso alla vita, rendendola più ricca e piena.
Un figlio fa infatti scoprire che gli uomini non bastano a sé stessi. Apparentemente sembrerebbe infatti che la felicità derivi dalle cose che si fanno, mentre invece la si trova nelle relazioni che si vivono. La relazione è terapeutica perché è solo attraverso i rapporti che si apportano dei cambiamenti, e la relazione più importante della vita è sicuramente quella con i figli. Abbiamo chiesto ad alcuni padri (nelle fotografie allegate) che cosa renda la fatica della gestione dei figli, soprattutto quando piccoli, sopportabile e addirittura piacevole.
Francesco ci ha raccontato: «Il sorriso di Luca nelle cose più semplici è ciò che di più meraviglioso una persona possa ricevere; il solo vederlo e sentirlo ti fa stare bene, è contagioso. Per quanto riguarda Marco, nel momento in cui spesso esce con delle espressioni di attenzione nei confronti di noi genitori e di suo fratello, ti fa pensare che gli sforzi che stai facendo sono serviti a formare un piccolo che, nella sua semplicità, ha una profonda sensibilità».
Per Christian «essere genitore è faticoso, stressante fisicamente e psicologicamente impegnativo. Ogni giorno hai la responsabilità di dare risposte che potrebbero influenzare la crescita emotiva dei tuoi figli e il loro pensiero, prendi decisioni sulla loro salute e sulla loro formazione scolastica. Tutti i giorni sei stilista, cuoco, parrucchiere, tassista, maestro, mental coach… Sì, è faticoso. Ma quel “papà ti voglio bene” o quel biglietto con scritto “grazie per esserci sempre stato e per spingerci a dare sempre il massimo ogni giorno; non saremmo i ragazzi che siamo oggi senza i tuoi consigli”, ti riempie il cuore di gioia e capisci che è tutto ciò che ti basta».
Pietro aggiunge: «I bambini ti chiedono (e spesso non in modo particolarmente gentile) di dare sempre tutto. Tutto te stesso. Tutto per intero, fisicamente e mentalmente. Anima e corpo. Hanno continuamente bisogno dell’aiuto delle tue mani (anche se poi vogliono fare da soli), hanno bisogno di sentire costantemente il tuo sguardo su di loro, vogliono starti sempre addosso, non puoi stare (quasi) mai fermo. Ogni momento con loro richiede pazienza, attenzione, lucidità, capacità di ascolto e di immedesimazione, ironia, fantasia, prontezza di riflessi, continue valutazioni su cosa (e come) sia meglio dire o agire, ecc.
I bambini chiedono di esserci per davvero. Lo esigono. Perché questo è il livello di rapporto che dà loro consistenza. Che li rende sicuri. In attesa che spicchino il volo.
La consapevolezza di questo sostiene la fatica, insieme alla gratitudine per il dono immenso che sono e alla sovrabbondanza di amore che si respira in ogni istante.» E allora auguri di cuore a tutti quegli uomini, i Padri, che hanno ancora il coraggio di spendersi per amore.
Per le fotografie si ringraziano Francesco Mino (con Marco e Luca), Christian Bertoglio (con Filippo e Bianca) e Pietro Bertoglio (con Beatrice e Letizia), splendidi esempi di paternità.
Irene Bertoglio è scrittrice, grafologa, rieducatrice della scrittura e perito grafico-giudiziario. Per anni ha gestito una struttura nell’ambito formativo ed educativo. Ha tenuto e tiene numerosi corsi di aggiornamento e innovativi progetti sperimentali nelle Scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria, soprattutto di prevenzione della disgrafia e di orientamento scolastico e professionale. È autrice di diversi libri, tra cui, con lo psicoterapeuta Giuseppe Rescaldina: “Il corsivo encefalogramma dell’anima”. Dirige la collana editoriale Scripta Manent della casa editrice “La Memoria del Mondo”, di cui è responsabile a livello di ideazione, progettazione e revisione di tutti i testi relativi. L’autrice è contattabile all’indirizzo psicologiadellascrittura@gmail.com. Il suo sito professionale è www.irenebertoglio.it.
Aldo Violino è psicologo e psicoterapeuta. Si occupa di promuovere la cultura e la valorizzazione dei giovani sul nostro territorio. Ha pubblicato dei contributi per la collana Scripta Manent; svolge attività di prevenzione del disagio e di orientamento scolastico nelle scuole.




