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Sal Da Vinci, Emanuele Torreggiani contro la ‘spocchia’ di Aldo Cazzullo. Noi stiamo con ET

“Una canzone da matrimonio di camorra”, scrive il vicedirettore del Corriere della Sera, signor Aldo Cazzullo, in riferimento esplicito al signor Sal Da Vinci neo vincitore al festival di Sanremo. Ora, un vicedirettore del Corsera dovrebbe, immagino sempre, guardare davanti: il passato illustre dei Buzzati, Montale, Isotta, Montanelli.

E domandarsi, ad ogni rigo steso, sono degno? Beh, questa uscita, eufemisticamente infelice, non lo è. Non è degna. Neppure del più misconosciuto praticante. Ha il cattivo suono della pura spocchia. Ora poi le consuete, provincialissime, scuse: ‘adoro Napoli e la musica napoletana, la mia era solo una battuta, lui non mi piace’. Un rappezzo che ha il sigillo dell’ipocrisia. Se si adora Napoli e la sua musica cosa c’entra la camorra che è fenomeno criminale cittadino purtuttavia marginale, ogni illecito risulta ai margini in un qualunque contesto più o meno metropolitano.

Che poi non piaccia la canzone è ovviamente legittimo a scriversi. D’altronde piacere a tutti è impossibile, ma è così significante il proprio opinare? No. Per nulla. Un giornalista di rango, insomma il vicedirettore del Corsera, potrebbe, volendolo, entrare nel merito della canzone. Nel testo e nella melodia. L’autore ha scritto una narrativa che fa sintesi della sua esistenza, della sua identità, del suo caposaldo: l’amore per sua moglie, condiviso, davanti a Dio. L’autore mette a nudo se stesso e la propria consorte: sono una coppia coraggiosa. Davvero anticonformista. Il testo, nella sua semplicità cronologicamente espositiva, oggi è autenticamente rivoluzionario in quanto, ripeto, estraneo al conformismo imperante e, si sa, che il conformismo è la malattia mortale di ogni società.

Il successo popolare di questa canzone forse dichiara che sta arrivando un’aria nuova, uno ‘studiato’ scriverebbe di zeitgeist, una canzone che interpreta lo spirito del tempo. E, ovviamente, un giornalista di rango ascolterebbe, di là dal testo, la musica. Il giro di accordi richiama armonie degli anni ’50, ’60, è stato scritto con insufficiente acume o meglio, certamente, ma il giro di accordi proposto è vecchio di secoli.

La progressione degli accordi espressa nella canzone la si ritrova, tal quale, nel 1700. Una progressione per quarte, 4 toni, dove ogni accordo ha la medesima distanza e così il tempo si dilata a tal punto che sembra non finire mai e quando si chiudono le tonalità nell’ultima finale l’emozione suona sofferente di nostalgia. Questa architettura armonica piace all’orecchio umano, il soggetto umano sente di essere riconosciuto da questa armonia ed immediatamente vi si riconosce. Una armonia a specchio del soggetto che risponde alla chiamata ed è così da e per sempre in quanto l’effetto estetico non si modifica. È permanente. Che piaccia o meno al signor vicedirettore.

di Emanuele Torreggiani

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