MAGENTA Marcello Mazzoleni, appassionato cultore magentino di meteo e andamento climatico, ha scritto un interessante contributo sul periodo prolungato (oltre 50 giorni) di siccità. La sua analisi tende a rassicurare chi si allarma, mentre a quanto ci riferiva stamani già in questo fine settimana sono attese delle precipitazioni. Buona lettura.
Pressoché in ogni anno tra gennaio e febbraio arriva puntuale il momento in cui sentiamo parlare di questo argomento. Già il fatto stesso che se ne parli così di frequente dovrebbe farci intuire come sia un fenomeno tipico dell’inverno qui al nordovest. Inverni con maggiori precipitazioni ce ne sono stati e ce ne saranno, ma non sono certo la regola. Con la riflessione di oggi vorrei fornire a ciascuno di noi una decina di punti fermi al riguardo, tuttavia non prima di aver ripassato insieme quanto ho pubblicato a fine novembre nel post dedicato alle “regole del gioco” dell’inverno.
Eccolo: “è la stagione più asciutta: ci sono stati diversi anni in cui sia gennaio che febbraio si sono chiusi persino senza precipitazioni. Il record di siccità invernale per la nostra zona risale al 1878/1879, quando ci furono ben 114 giorni consecutivi tra fine novembre e metà marzo senza precipitazioni a Busto Garolfo, durante i lavori per l’escavazione del Canale Villoresi. Da quando rilevo i dati io, tra dicembre 1987 e febbraio 1988 i giorni consecutivi senza precipitazioni qui a Magenta furono 84”. Aggiungo qui, per completezza, che al momento a Magenta siamo arrivati a trenta giorni esatti e che praticamente un anno sì e uno no in inverno raggiungiamo questo numero di giorni consecutivi senza precipitazioni.
Tutto ciò premesso, ecco i punti fermi da non dimenticare mai, che riporto in ordine sparso:
1) Non di sola pioggia vive l’uomo: chi abitualmente frequenta le campagne sa che, nonostante l’assenza di piogge da un mese, i terreni sono comunque sempre stati umidi e fangosi, a motivo della rugiada o della brina che si accumula durante la notte e che si scioglie durante il giorno. In inverno gli accumuli di precipitazioni per rugiada e brina garantiscono sempre la necessaria umidità ai terreni, indipendentemente da quanto piova o non piova.
2) Nei trattati di architettura dell’epoca romana veniva raccomandato di costruire i ponti in inverno qui nelle regioni settentrionali, proprio perché i fiumi e i torrenti erano in secca per periodi molto prolungati.
3) Nei manuali scritti nel Medioevo sui percorsi dei cammini dei pellegrini verso Roma e poi in quelli dei Grand Tour del Settecento e dell’Ottocento si raccomandava, per risparmiare il denaro dei dazi e dei pedaggi sui ponti e sui traghetti, di muoversi in inverno quando i fiumi erano in secca ed era molto agevole attraversarli o guadarli. Leggiamo, ad esempio, cosa scriveva nel febbraio 1764 lo scrittore inglese Edward Gibbon, futuro autore del noto libro “il declino e la caduta dell’impero romano” mentre si trovava a viaggiare fra Torino, Vercelli, Novara e Milano intento alla pubblicazione di una guida turistica per altri viaggiatori: “nell’Italia settentrionale in inverno soffia sovente un vento caldo e secco in discesa dalle montagne e si assiste al fenomeno, che riportano anche le altre guide, dei fiumi che diventano quasi asciutti e agevoli da guadare. Ho traversato così giorni addietro il Po, la Tseschra (aggiungo io che si tratta del fiume Sesia, scritto in lingua walser) ed oggi anche il Tesino.
È conveniente spostarsi qui nel periodo invernale, adunque, perché nei mesi venturi collo scioglimento delle nevi e dei ghiacci, invero già piuttosto scarsi sui monti, e colle copiose piogge primaverili i medesimi fiumi empiranno un vasto letto, impossibilitando il guado ed imponendo il versamento di dazi e di gabelle ad ogni ponte o traghetto, incrementando assai l’onere del viaggio”.
4) L’inverno è da sempre la stagione più asciutta dell’anno qui al nordovest, perché ci troviamo spesso sottovento alle correnti portanti, che invece favoriscono le zone adriatiche, il centro-sud peninsulare e la Sicilia dove l’inverno è la stagione con maggiori precipitazioni di tutto l’anno. Inoltre, più una massa d’aria è fredda e meno umidità in termini assoluti può contenere, dunque non è certo l’inverno la stagione sulla quale fare affidamento per avere abbondanti precipitazioni.
5) Dopo l’inverno, arriva la primavera, che invece è da sempre la stagione più piovosa dell’anno qui al nordovest e la più nevosa per le Prealpi e l’Appennino. Aspettare le prossime settimane per credere e, se possibile, evitare di scrivermi per lamentarci e chiedermi quando smette di piovere, che purtroppo non ho contatti così in alto e, quand’anche li avessi, non li userei di certo per dirimere faccende inerenti il meteo.
6) In meteorologia e climatologia la media non coincide con la moda, ovvero la normalità è trovarci al di sopra o al di sotto delle medie, che sono valori di sintesi e come tali non contemplano la estrema variabilità di un fenomeno da stagione a stagione. Nella fattispecie, è vero che tra gennaio e febbraio a Magenta ci sono in media dodici giorni con precipitazioni all’anno e quest’anno sinora ce ne sono stati solo quattro, ma è anche vero che ci sono stati anni con zero e altri anni con venti giorni. Ogni anno fa storia a sé e non va preso ad esempio per trarre conclusioni affrettate o dettate da sentori e ideologie.
7) La neve non è un elemento tipico dell’inverno qui al nordovest. Dall’Unità d’Italia ad oggi sono ad esempio stati registrati da 1 a 5 giorni medi all’anno con almeno un centimetro di neve qui nelle nostre zone di pianura al nordovest. Il che significa che negli altri 360-364 giorni all’anno non nevica. Chi ha l’impressione che in passato nevicasse di più, o più di frequente, si sbaglia. Ci ricordiamo singoli episodi del passato, proprio perché erano rari e memorabili. Un po’ come ci ricordiamo cosa stavamo facendo il pomeriggio dell’11 settembre 2001, ma non ci ricordiamo cosa abbiamo fatto nei pomeriggi di tutti gli altri 11 settembre. I dati storici disponibili sulla frequenza e sull’intensità delle nevicate non confermano le supposizioni che attualmente nevichi meno che in passato.
Mesi di gennaio e di febbraio con poche precipitazioni, oltre ad essere assolutamente normali, sono sempre stati visti come ottimo presagio per la stagione agricola. Basti pensare ai proverbi: “genar sücc, furment par tücc” oppure “fevrar pulvarent, poca paia e tant furment”.
9) Testimonianze della tipica siccità invernale e della generale assenza di neve sulle Prealpi, oltre che nei dati statistici riferiti al passato sono ampiamente documentate anche nelle litografie o nelle vedute della pittura, che hanno esaltato le bellezze del Lago Maggiore. Pensiamo agli scorci invernali di Luigi Steffani, che ho scelto come immagine associata a questo post, in una presa dal vivo del febbraio 1858, quando il lago scese a settanta centimetri sotto lo zero idrometrico (oggi siamo attorno allo zero). Oppure pensiamo alle vedute invernali sui nostri laghi di Gerolamo Induno, Filippo Carcano, Daniele Ranzoni, Eugenio e Lorenzo Gignous, Angelo Morbelli ed Emilio Longoni, solo per citarne alcuni. Cerchiamoli in rete e vedremo scenari invernali di siccità e scarsità di neve sui rilievi del tutto simili agli attuali.
10) I fiumi, i torrenti e i laghi hanno sempre creato problemi e destato preoccupazione nelle generazioni passate quando erano in piena, non certo quando erano in secca. Anzi, le fasi di magra erano attese per dragare e pulire gli alvei o per effettuare manutenzioni ai terrapieni e ai muri di darsene, ville e porti: tutte occasioni di lavoro e fonti di reddito per le famiglie.
Dall’unita d’Italia ad oggi nei dati sulle cause di morte ci sono stati più di duecentomila tra morti e dispersi sotto a fango e detriti in seguito agli episodi alluvionali e nessuno risulta mai essere morto di sete o in conseguenza di carenza idrica, nemmeno durante l’estate al sud Italia. Figuriamoci in inverno qui al nordovest.
Riassumendo: chi in inverno si stupisce della siccità o ne parla come se fosse qualcosa di anomalo denota una pressoché nulla conoscenza della materia. Così come chi gli fa eco a livello mediatico.
Faccio notare, per chiudere, come a livello statistico i recenti mesi di dicembre e gennaio si siano chiusi termicamente di circa un grado al di sotto delle medie del periodo, conseguenza del cielo spesso sereno e con formazione di inversioni termiche nei bassi strati e faccio altresì notare che arriviamo da tre anni consecutivi al di sopra delle medie pluviometriche. Per cui un mese o due con precipitazioni inferiori alla norma non devono minimamente preoccupare, tanto più, lo ripeto, alla vigilia delle imminenti e copiose precipitazioni primaverili.
Era doveroso fare chiarezza anche su questo argomento, così da conoscere le dinamiche che lo governano e dare la giusta tara alle informazioni che sentiremo a riguardo. Grazie per i tre minuti che abbiamo dedicato alla lettura di questo importante approfondimento e cerchiamo di trascorrere una buona giornata.

