HomeCultura e Tempo LiberoLa festa del Sacrificio (e la cultura occidentale)- di Emanuele Torreggiani

La festa del Sacrificio (e la cultura occidentale)- di Emanuele Torreggiani

Ovvero la lettura del Libro dei Libri. Dio, Abramo, Isacco. La magnifica triade che fonda la ‘nostra’ cultura, quindi lettura della vita nella sua dimensione olistica, completa, non parcellizzata, qui in Occidente. Occorre, ancora una volta quindi sempre ritornare all’origine; il Zurük zu, imperativo di kantiana memoria. Libro della Genesi.

Genesi: il mondo. E nel mondo l’uomo, e l’uomo chiede perché sono? Domanda sempiterna anche e soprattutto oggi, nell’ora dello sconfinato oceano discoperto dalla Fisica Quantistica che della materia visibile dichiara l’invisibile. Non è cosa da poco. Dunque, Libro della Genesi. Abramo, chiamato da Dio alla devozione: a spogliarsi della propria tracotanza, la hybris, la superbia che presume la toto-potenza dell’uomo.

A dimostrare la propria assoluta fiducia a Dio. Fiducia significa fede. La fede, da cui l’anello nuziale è simbolo. E poiché il buon Dio conosce il cuore dell’uomo, di ogni uomo legge l’abisso, gli chiede di dimostrare la fede dichiarata. Gli chiede di sacrificare, gettare dentro la morte, il bene più prezioso della sua esistenza: il figlio unico Isacco. Abramo non può arroccare, non si gioca a scacchi con Dio. Accetta, liberamente accetta, non è obbligato, di sacrificare: uccidere, Isacco.

L’unicità di Isacco è riflesso umano della unicità di Dio. L’obbedienza di Abramo, la sua Fede nel Signore, mette alle spalle, nelle terre d’Occidente, sia panteismo che politeismo. Il sacrificio umano cui Abramo è chiamato viene fermato dal messaggero divino: l’angelo che indica la dislocazione dal soggetto umano all’animale: una capra, il capretto, l’agnello. L’animale, che non vive il tema primo e ultimo della morte, viene sgozzato; poi cotto e mangiato. E si conclude così, in terra d’Occidente il sacrificio umano; da allora una proibizione assoluta, il tabù, per altro praticato ed ultimo quello compiuto da Agamennone a sua figlia Ifigenia, atto che inorridì gli Dei dell’Olimpo tanto che la giovinetta venne immediatamente trasformata nella costellazione omonima.

Ultima e definitiva metamorfosi di un tempo sacro che andava concludendosi nel monoteismo di impianto Abramitico. Ovviamente l’uomo, che vive nel tempo, ha bisogno del tempo per maturarsi in uomo nuovo e dichiarare, con parole e opere conseguenti, il tempo nuovo. Quindi la festa del Sacrifico richiama, il Zurük zu, l’uomo alla Genesi, alla sua Fede in Dio. Non è soggetto, l’atto sacro trattando l’essere ha piena soggettività, di polemica.

Non c’è alcuna tolleranza nell’accettare tanto la Festa del Sacrifico quanto la Pasqua cristiana che segna il passo definitivo di là dalla morte e disloca il cristianesimo dall’alveo delle religioni per collocarlo nell’universo della Rivelazione, e se osserviamo con razionalità materica se ne può sorridere per la ‘summa stultitia’, così Blaise Pascal, considerando che i morti sono là tutti sotto la collina, eppure la Fede dichiara, testimonia, il vangelo è dichiarazione testimoniale, il contrario: il certo possibile: se Cristo è risorto anche io risorgo, San Paolo, Corinzi 1. Cristo, l’uomo più buono di tutti gli uomini, Federico Nietzsche.


La Festa del Sacrificio dunque rientra appieno nell’oceano magno, l’essere per il sacro, della cultura Occidentale.

Poi viene la politica che amministra lo Stato delle cose. Le grida ad uso e consumo del ritorno elettorale quando invece dovrebbe avere un respiro generazionale. Mai s’è vista, a memoria, una tale volgarità e vacuità e vuotaggine di argomentazioni. Si coglie, in definitiva l’incapacità di questa, la politica, di discernere il cesare da Dio. Un crimine è un crimine e va trattato da crimine. Bisogna saperlo nominare.

La tolleranza nei confronti del crimine è intolleranza nei confronti del sacro. La vita, in cammino verso la morte che c’è ma non esiste.

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