Sarebbe stato appiccato a scopo
intimidatorio, come un avvertimento con modalità mafiose,
l’incendio che la sera del 18 ottobre dell’anno scorso ha
devastato l’autodemolitore Crimo, un capannone con parecchie
automobili dismesse e che ha costretto gli abitanti della zona a
non uscire di casa per via di una densa colonna di fumo visibile
a chilometri di distanza.
E’ l’ipotesi della Procura di Milano, condivisa dalla gip
Lorenza Pasquinelli che ha disposto l’arresto in carcere di
Rosario Pardea, già detenuto e legato alla ‘ndrina di Vibo
Valentia, e di un complice al momento irreperibile in quanto
all’estero. I due sono ritenuti gli esecutori materiali, ovvero
coloro che hanno inescato l’incendio su mandato di Bartolomeo
Arena, il cui nome è legato all’operazione “Rinascita Scott” e
con l’intermediazione di Domenico Pardea.
L’origine dolosa del rogo risiederebbe, scrive la giudice
che per lunedì ha fissato l’interrogatorio a Opera di Pardea, in
“una azione punitiva esemplare” che si inserisce nel contesto
dei “rapporti” tra Arena e i titolari dell’autodemolitore,
Pietro Mottadelli e il figlio Yuri, a cui si aggiunge “un
elemento oggettivo di collegamento con un sodalizio di tipo
mafioso” da parte del primo di due dei tre complici, che
rafforza “la lettura delle modalità esecutive dell’incendio come
possibile impiego della forza intimidatrice”













