Chi non ha mai desiderato almeno una volta di ringiovanire?
In ogni epoca e in ogni luogo questo è sempre stato il sogno di tutti, e per soddisfarlo pittori e poeti si sono cimentati nella creazione di opere dedicate, per l’appunto, a tale fantasia. È il caso del “Maestro della Manta”, l’anonimo artista che verso il 1420 dipinse l’allegoria della “Fontana della Giovinezza”, simbolo di rinascita e di purificazione.
L’affresco abbellisce una parete della medioevale Sala baronale del castello della Manta, posizionato su una delle amene colline poste a sud di Saluzzo. Qui, nel XII secolo, esisteva già un fortilizio con torri quadrate agli angoli, bastioni e mura; il castello, insieme a quelli di Verzuolo, Revello, Busca e Costigliole, creava una barriera difensiva alla vicina Saluzzo, sede dell’omonimo marchesato e, data la sua funzione, ebbe alterne vicende che lo videro addirittura occupato dagli Angionini.
Solo alla fine del XIV secolo, con Tommaso III, il marchesato conobbe un periodo di relativa tranquillità e di fioritura culturale, ma fu Valeriano, il figlio naturale che il marchese aveva avuto dalla sua bellissima e misteriosa amante che, ereditando il maniero della Manta, grazie alla sua educazione raffinata, sentì la necessità di trasformarlo in un splendida dimora signorile impreziosita da cicli affrescati. Nella Sala baronale volle fossero dipinti i personaggi tratti da “Il cavaliere errante”, poema scritto da suo padre imprigionato a Torino per due anni, dopo la sconfitta infertagli da Ludovico di Acaja.
In questa sala, dotata di un ampio camino sul quale campeggia il motto Veit (adagio), lungo una parete compaiono eroi ed eroine del mondo classico, che il cavaliere errante incontra all’albergo di Madonna Fortuna, dove giunge dopo molteplici avventure, ed è grazie a loro che troverà la via della virtù. Dirimpetto sta invece il grande affresco della Fonte della Giovinezza. La storia, ambientata all’aperto tra prati fitti di erbe, collinette terrose e alberi rigogliosi, sembra un fumetto ante litteram, dove i personaggi parlano tra loro tramite dei cartigli contenenti frasi. Da sinistra varie persone di tutte le estrazioni sociali, cercano di arrivare come possono e più in fretta che mai, alla magica fonte: chi ciondolando in groppa a un asino o a un cavallo, chi sopra un carro, chi addirittura dentro una carriola spinta da un servo. Ciò che accomuna tutti sono le rughe e gli acciacchi, ma giunti nei pressi della fontana, presi da una smania indicibile, i vegliardi prendono a spogliarsi: chi si leva a fatica la camicia, chi seduto tenta di cavarsi un calzino… fino a quando, finalmente, riescono ad immergersi nell’agognato liquido e lì, subitaneamente, avviene il miracolo: le carni si rassodano, le capigliature tornano colorate e, soprattutto, torna loro la voglia di fare all’amore. Difatti, si vedono coppie che si abbracciano e baciano e dopo, gioiosamente si rivestono e montano sulle loro cavalcature lussuosamente bardate, mentre i cani rincorrono la selvaggina.
Dobbiamo quindi ringraziare messer Valeriano e l’ignoto artista, se noi oggi possiamo ancora continuare a sognare l’impossibile.
Per informazioni pratiche: https://fondoambiente.it/luoghi/castello-della-manta/visita
Se amate il medioevo due miei romanzi:
A bon droit e Folgóre da San Gimignano
vi aspettano in libreria, nei bookshop e nelle biblioteche.
A cura di Luciana Benotto













