Ci sono personaggi che sembrano usciti dalle pagine di un romanzo noir. E poi ci sono quelli che quelle pagine le hanno vissute davvero, attraversando stagioni violente della nostra storia recente e portandone addosso le conseguenze.
Tino Stefanini appartiene a questa seconda categoria. Il suo nome riporta direttamente alla Comasina, il quartiere milanese diventato negli anni Settanta e Ottanta uno dei luoghi simbolo della criminalità legata alla figura di Renato Vallanzasca. Una storia di rapine, fughe e carcere che Stefanini ripercorre nel libro *La Comasina, Vallanzasca e io – Memorie di un bandito*, pubblicato da Milieu Edizioni.
Sabato 24 ottobre, alle ore 18, sarà protagonista di un incontro alla Cooperativa Rinascita, in via Novara 2 ad Abbiategrasso. A introdurre la serata sarà Simona Posla, vicepresidente della Cooperativa, mentre a dialogare con Stefanini sarà lo scrittore e poeta Luigi Balocchi.
Un appuntamento che promette di andare oltre la presentazione editoriale, per affrontare una vicenda personale e collettiva che continua a suscitare domande.
Dalla Comasina al carcere, una vita fuori dalle regole
Tino Stefanini, all’anagrafe Alfredo Santino, è uno degli ultimi superstiti della banda di Vallanzasca, protagonista di una stagione in cui la cronaca milanese era segnata da rapine, sparatorie, sequestri ed evasioni.
La sua è una storia estrema, con decine di rapine alle spalle, due evasioni e quasi mezzo secolo trascorso in carcere. Un’esistenza vissuta a lungo al di fuori delle regole, che oggi sceglie di raccontare senza nascondere il peso delle proprie responsabilità.
Il valore del libro sta proprio in questo: non soltanto la ricostruzione di una stagione criminale entrata nella memoria collettiva, ma la testimonianza di un uomo che guarda indietro e riconosce il prezzo delle proprie scelte.
Stefanini ha raccontato di voler mettere la propria esperienza anche al servizio dei giovani, come monito contro il fascino della mala. Dietro l’immagine di potere e ribellione, infatti, ci sono anni perduti, affetti sacrificati e conseguenze che non possono essere cancellate.
Il libro, oltre il mito della mala
Il titolo *La Comasina, Vallanzasca e io* racchiude tre elementi inseparabili: un luogo, un protagonista della cronaca criminale italiana e un uomo che quella storia l’ha vissuta dall’interno.
Il racconto offre uno sguardo diretto su un mondo che rischia talvolta di essere trasformato in leggenda, tra personaggi carismatici e imprese criminali. Stefanini riporta invece l’attenzione sulla realtà di una vita segnata dalla detenzione e dalla perdita della libertà.
È una testimonianza che non cancella il male commesso e non pretende di riscrivere il passato, ma prova a restituirne la complessità. Una riflessione sul rapporto tra libertà, responsabilità e possibilità di cambiare, attraverso la voce di chi ha conosciuto in prima persona le conseguenze di determinate scelte.
Luigi Balocchi, un dialogo tra memoria e umanità
Il confronto con Luigi Balocchi (scrittore biegrassin, virtuoso del dialetto e autore di libri dalla rara e ricercata fattura) offrirà l’occasione per ripercorrere una stagione controversa della storia milanese, mettendo al centro non soltanto i fatti di cronaca, ma anche le contraddizioni e i rimpianti che emergono quando una vita viene riletta a distanza di decenni. Stefanini e Balocchi avevano già ‘dialogato’ nei mesi scorsi a Vigevano.
La storia di Stefanini porta con sé interrogativi ancora attuali: quanto pesano le scelte compiute da giovani? Qual è il prezzo della perdita della libertà? E che cosa resta quando si guarda con lucidità al proprio passato?
Domande che rendono l’incontro un’occasione di riflessione anche per le nuove generazioni.
L’appuntamento
La presentazione di *La Comasina, Vallanzasca e io – Memorie di un bandito* è in programma **sabato 24 ottobre 2026, alle ore 18, alla Cooperativa Rinascita di Abbiategrasso, in via Novara 2**.
Un incontro con un personaggio fuori dall’ordinario, testimone di una pagina dura della cronaca italiana, che oggi affida alla parola scritta il compito di raccontare il proprio passato.
Non per trasformarlo in un mito, ma per restituirgli il peso della realtà. Perché dietro i nomi che hanno riempito le cronache ci sono vite vere, responsabilità e conseguenze. E ascoltare chi quella storia l’ha attraversata in prima persona può aiutare a comprenderla senza filtri e senza dimenticare il prezzo pagato.













