Bruno Bergomi e Roberto Pomari hanno aperto con i saluti il discorso per la cerimonia inaugurale della 13a edizione del Lugano Film Festival dei Diritti Umani.
Quest’anno è prevista anche la presenza di una eccellenza nel campo: Filippo Grandi, ex vice rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan, oggi diplomatico attivo nel campo dei diritti umani.
Molti altri i presenti e, oltre all’On. Marina Carobbio, Direttrice del Dipartimento dell’educazione, cultura e sport e Presidente del Consiglio di Stato, anche il vice Sindaco di Lugano, Roberto Badaracco.
Pomari ha definito la rassegna cinematografica come una celebrazione dell’apertura tra le persone e dell’amicizia, anche se oggi portarla avanti è sempre più macchinoso e costoso.
Ma si celebrano soprattutto gli autori di film che sfidano il rischio della vita per produrli con immenso impegno ed i mezzi a loro disposizione.
Non è mai semplice, anche perché come diceva Anais Nin, “Noi non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo”.
L’On. Marina Carobbio:
“Perché parlare di diritti umani qui a Lugano e in una sala cinematografica? Perché troppo spesso pensiamo sempre e solo alle situazioni dove sono sempre più minacciati gli esseri umani, come a Gaza, alla popolazione civile e all’accesso alle cure e all’acqua.
Pensiamo al Sudan dove è in corso una crisi enorme.
Vittime, sfollamenti e sofferenze.
Se valgono i diritti umani valgono solo per alcuni, smettono di proteggere tutti e finirà per succedere anche da noi.
Lo scopo del festival è spingerci a porci le domande giuste.
I governi hanno un ruolo ma la promozione e la difesa appartengono alle persone!
Infatti in Ticino vi è stata ogni volta la mobilitazione quando qualcosa era in gioco per delle vite umane anche se lontane.
Soprattutto le persone chiedendo una azione umanitaria più incisiva.
Si parte allora dall’educazione alla pace, alla giustizia e alla libertà nelle scuole, e per questo ringraziamo le scuole di tutti i livelli, che partecipano con circa tremila studenti.
Piazze e manifestazioni non possono sostituire i governi, ma la società può e deve muoversi con azioni concrete, per proteggere la possibilità di esprimere liberamente quel che si pensa, e non rischiare violenze, e per accendere il modo in cui guardiamo gli altri, e qui il cinema ha un ruolo davvero.
Per poco tempo entriamo nella realtà di queste persone.
La storia è fatta di conquiste un po’ alla volta e quindi è importante parlarne qui, perché la Svizzera è la casa di una storia solida di rispetto dei diritti umani.
Una democrazia non si basa solo sulle istituzioni, ma riguarda i cittadini ed è suo dovere verificare se la libertà di ognuno è rispettata, e forse anche qui ne abbiamo bisogno in realtà: le continue violenze degli ultimi tempi dei giovani a Lugano, ci fa capire che sia necessario anche qui introdurre i ragazzi a dibattiti su come anche vivere senza paura di essere aggrediti, sia un diritto umano.”
Roberto Badaracco:
“Sosteniamo il festival perché per una città è importante, come centro cantonale che cerca di migliorare servizi, far capire che ciò che serve non si misura solo per le cose concrete, ma anche per valori forti culturali generali, che portano l’attenzione del cittadino sui diritti di tutti, e io credo questo festival incarni questi valori umani.
Il secondo motivo, è che siamo inondati di notizie da tutto il mondo di violazioni di questi diritti, e rischiamo l’indifferenza.
Invece è importante che ognuno di noi capisca cosa comporta sulla pelle di un essere umano, la lesione dei suoi diritti umani.
Dobbiamo sentire sulla nostra pelle quello che capita agli altri!
La sera dell’11 ottobre, si è avuta la proiezione del primo film in concorso al Cinema Corso di Lugano.
Prima della proiezione, ha preso la parola, l’ex Alto Commissario ONU per i Rifugiati, Filippo grandi:
“Sono di Milano ma ho una grande ascendenza ticinese in famiglia e per me è un piacere essere qui. Ora che sono in pensione ho più tempo per dar seguito a begli inviti come questo.
Sono appena tornato dal Afganistan, perché resto prima di tutto un umanitario e questa visita mi ha ispirato molte riflessioni.
Io non sono un esperto di diritti umani, ma una persona che vive sul campo le tragedie umane fin dalla remota gioventù.
Nel mio percorso di più di 40 anni, ho potuto correlare le nuove cause delle migrazioni più intense, e di fianco alle guerre e carestie, ci sono il problema demografico in aumento, i cambiamenti climatici e la forte disuguaglianza economica.
Queste situazioni portano non solo la ricerca di di soluzioni pratiche ma anche dilemmi.
La situazione dei diritti umani oggi è politicizzata, e da ogni corrente c’è la volontà di influenzare i cittadini portandoli a sentirsi invasi, con le conseguenze che conosciamo.
Vorrei partire ricordando da vicino ciò che è successo nell’enclave spagnola in Nord Africa, con una percezione confusa di decine di migliaia marocchini sbarcati nel giro di poche ore e in gran parte, in due giorni, rimpatriati in Marocco. Molti sono morti, molti sono stati feriti o hanno subito violenza.
Il loro rientro è stato spontaneo o forzato?
Gli spagnoli di solito progressisti, hanno risposto che è stata lesa la loro sovranità.
Questa manipolazione c’è sempre stata sui diritti delle persone in movimento, e viene esercitata da alcuni politici in scala globale, dai mezzi di comunicazione e il risultato è che le risposte a questi fenomeni, che dovrebbero seguire delle norme, invece diventano politicizzate con aggiunta la risposta sovranista e la sua retorica.
In realtà i confini hanno retto e nessuno ha potuto raggiungere la meta che si era prefissato.
Nell’ottobre del 2023 dopo l’attacco, sono cominciati bombardamenti e qualcuno aveva proposto di salvare i palestinesi mandandoli in Egitto.
Questo è il dilemma che volevo approfondire: facendolo magari si salvavano delle vite, ma si sarebbe appoggiata la politica di chi voleva una pulizia etnica ed una deportazione.
Il terzo ed ultimo tema è quello della complessità delle genti, ancora più variegate, sul terreno.
Ho lavorato in Afganistan per molti anni e partecipo a una piccola associazione che finanzia scuole e attività nonostante i cambiamenti.
Dal ’79, si sono verificati movimenti multipli tutti sintomo di abusi dei diritti umani, ma anche i conflitti e il cambiamento climatico hanno portato milioni di cittadini in fuga fuori e dentro il Paese. Per questi motivi il Pakistan e l’Iraq dopo 50 anni di accoglimenti, hanno iniziato a deportare verso il Paese di origine milioni di queste persone, che oggi hanno sottoculture e religioni diverse fra loro, nonché dialetti ed etnie e bagagli storici.
Molti paesi europei hanno tagliato loro aiuti, per non rafforzare i talebani, invece fanno accordi per rimandargli indietro alcune categorie di persone, per indebolire forze politiche che attaccano i governi mondiali.
Contesto l’approccio: alla fine i talebani non vengono scalfiti!
E le reazioni dei Paesi ricchi sono state dure, con restrizioni legali, con abusi ormai di norma e vuol dire che abbiamo sempre più persone in fuga, che generano paure manipolate nei cittadini del mondo, che causano respingimenti e restrizioni di persone senza futuro.
I tagli non sono stati casuali e vengono presentati come risparmi, in realtà ubbidiscono ad un disegno politico.
Appurata questa ideologia globale, è benvenuto il Premio Nobel per la Pace di questi giorni a alla giurista Navi Pillay, per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e dei sopravvissuti dei crimini internazionali.
Noi impariamo moltissimo dalle donne afgane, che oggi vivono lì e sono ai piedi di un muro.
A loro non basta denunciare: queste donne sono diventate maestre nell’aggirare questi muri, ma la realtà di tutti i giorni è occupare i minimi spazi per sopravvivere e noi dobbiamo aiutarle ad occuparli.
Va fatto in modo discreto e con i negoziati con i talebani, anche se ci secca: non è una buona idea interrompere i contatti con loro, visto che detengono il potere su queste donne e bambini.
La difesa tradizionale va mantenuta, ma mantenendo l’interazione anche con gli abusatori, e con le organizzazioni che mandano avanti gli aiuti.”
La sera dell’11 ottobre, al Cinema Corso di Lugano, è stato proiettato nel merito del concorso internazionale di Lungometraggi, il film “Where To?”, per la regia di Assaf Machnes, Paesi Israele/Germania.
Anteprima svizzera.
Hassan (vedo foto in evidenza) è un tassista di età matura di origine palestinese naturalizzato tedesco, che vive da decenni a Berlino, dove adempie al servizio soprattutto in notturna.
Questo gli dà l’occasione di interagire con tantissime persone, spesso viaggiatori, spesso immigrati come lui e spesso, gli ultimi.
Tra questi un giovane omosessuale israeliano, con il quale entra in sintonia e si scambiano sostegno durante le crisi amore e famigliari.
Una amicizia che può sembrare atipica, invece ci mostra come siamo tutti esseri umani vicini.
Sullo sfondo i mesi che passano, e ci condurranno fino alla data del tristemente famoso attentato del 7 ottobre 2023.
Non mancano dolcezza, cuori infranti, gentilezza d’animo, e un delicato umorismo che arriva a farsi gioco dei timori infondati: un palestinese che vive all’estero non ingaggia nessuna guerra con un israeliano, come possiamo pensare.
C’è la vita di tutti i giorni alla quale pensare.
I contrasti di sottofondo con una figlia perfettamente integrata, che sta per sposarsi.
Il ricordo di un amore di gioventù, che ancora oggi regala speranza ad una vita.
Nonché la scoperta che a volte i genitori ci cancellano e non è necessario essere omosessuali.
Sul quel portone rimasto socchiuso, si infrange l’ultimo sogno giovanile di Hassan, che con occhi lucidi spiega al suo amico che è la vita, e “va bene così”.
“A tutti gli uomini che sono andati avanti”, celebra una didascalia finale.
E’ il primo film che ho visto e non posso ancora parlare di premi, ma il cuore di Hassan me lo sono vissuta tutto, e spero che riceva un riconoscimento importante.
I video delle conferenze ai seguenti link:
DISCORSO INAUGURAZIONE:
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DISCORSO FILIPPO GRANDI:
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A cura di Monica Mazzei
Redattrice culturale per
TicinoNotizie.it













