Tra le tredici mostre presentate a Rimini in occasione della quarantasettesima edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli, quella dedicata all’industriale francese della lana Léon Harmel (1829-1915), intitolata “La Profezia di una impresa”, ha riaffermato un principio fondamentale: la Dottrina Sociale della Chiesa è un concreto punto di riferimento per chi opera nel mondo del lavoro, e non pura retorica.
In Francia, nella fase iniziale della Rivoluzione francese e in nome della libertà d’impresa, il 14 giugno 1791 venne promulgata la “legge Le Chapelier”. Questa norma aboliva le organizzazioni di mestiere (prime forme di sindacato) e il diritto di sciopero. Dando sfogo a un liberalismo sfrenato, il lavoro fu ridotto a semplice merce: l’offerta di manodopera superava la domanda delle imprese e i salari scesero a livelli di mera sussistenza.
Harmel, vissuto nel pieno della Seconda rivoluzione industriale, trovava insopportabile la condizione degli operai e delle loro famiglie. Nel lanificio di famiglia a Val-des-Bois (nella Marna), diede vita a una “corporazione cristiana”, modello pionieristico di gestione cooperativa dell’azienda e del suo welfare.
Imprenditore e pioniere della Dottrina Sociale della Chiesa — che con la sua esperienza contribuì alla elaborazione dell’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII —, Harmel superò il paternalismo caritatevole dell’epoca. Riconobbe ai lavoratori gli assegni familiari, una cassa mutua di assistenza, il servizio sanitario, le pensioni, una cooperativa di consumo e una banca popolare, oltre a strutture sociali come scuole, teatro, biblioteca e ricreatorio. Fece inoltre costruire villette a schiera con orto per le famiglie degli operai nei pressi della fabbrica. Sostenne i lavoratori affinché si organizzassero in sindacati, introdusse i consigli di gestione aperti agli operai e avviò forme di compartecipazione agli utili. Un’esperienza antesignana del modello tedesco e, in parte, della recente proposta di legge di iniziativa popolare della Cisl che — attuando l’articolo 46 della Costituzione italiana — introduce la partecipazione dei lavoratori alla gestione, agli utili e al capitale delle imprese.
Anticipando la legislazione francese, Harmel sancì per i propri dipendenti il riposo festivo, abolì il lavoro notturno e ridusse l’orario giornaliero per gli adulti da dodici a dieci ore a parità di salario, introducendo le prime misure di conciliazione tra lavoro e famiglia. Le donne potevano uscire mezz’ora prima, fruivano di permessi per il mercato del giovedì, lavoravano mezza giornata il sabato e godevano di un congedo di maternità retribuito di sei settimane. Già nel 1868 vietò il lavoro minorile sotto i dodici anni e ne limitò l’orario per consentire la frequenza scolastica nelle scuole da lui stesso istituite nel territorio di Val-des-Bois.
Pienamente contrario alla dottrina liberale, Harmel sollevò con forza il tema del “giusto salario”. Come ricordato in un pannello della mostra, l’imprenditore scriveva: «Il lavoro dell’uomo non è una merce ma un atto umano; si offenderebbero la legge morale e l’equità se il salario arrivasse al punto di non assicurare più il pane quotidiano». Imprenditore al tempo stesso tradizionalista e innovatore, sosteneva che la retribuzione doveva essere divisa in due componenti: una proporzionale al lavoro svolto e l’altra commisurata ai bisogni della famiglia, inclusi gli anziani (il supplemento o assegno familiare, calcolato in base al costo della vita per ogni componente). Nella sua azienda, questo sistema era gestito direttamente da una commissione di operai.
Prima della stesura della Rerum Novarum, Papa Leone XIII conobbe da vicino l’esperienza di Harmel. Dalla loro amicizia nacque un giudizio condiviso sulla realtà sociale dell’epoca. L’enciclica, infatti, evidenziò come né il socialismo marxista né il liberalismo economico rappresentassero la risposta ai bisogni della persona. Ricordò che l’uomo non è riducibile a semplice forza lavoro, ma possiede una dignità superiore rispetto a quella definitagli dalla scienza economica. Si tratta dello stesso principio ribadito da Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem Exercens: «Il lavoro è per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro».
Nelle sue lezioni all’Università Cattolica, don Luigi Giussani, che conosceva bene l’opera di Léon Harmel, osservava a proposito della questione sociale: «Quando Leone XIII scrisse la Rerum Novarum, anticipava così tanto i tempi che la stampa liberale parlò di un Papa socialista ed eversivo, e l’enciclica fu praticamente seppellita, per essere dissepolta solo molto tempo dopo. Se i cattolici industriali di allora, anziché limitarsi a regalare campanili o panche alle chiese, avessero preso sul serio la Rerum Novarum, il rapporto tra la Chiesa e la mentalità comune sarebbe stato profondamente diverso».
La Dottrina Sociale sul lavoro e sull’economia si è andata chiarendo nel corso della storia della Chiesa. Nel pieno della rivoluzione digitale, essa continua a educare uomini e donne ad affrontare la dematerializzazione della realtà, la virtualizzazione dei rapporti umani — accentuata dall’individualismo che riduce i luoghi fisici di incontro — e un’economia sempre più sbilanciata sulla finanza e meno sulla produzione reale.
Nel secondo capitolo dell’enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV scrive che «la Dottrina sociale della Chiesa è una realtà viva, in dialogo con la storia, le culture e le scienze, e allo stesso tempo custodisce un nucleo di verità che non tramonta. Per questo può essere considerata una forma di sapienza capace di orientare ancora oggi la vita personale e quella dei credenti». Il Pontefice sottolinea inoltre che, «per custodire la persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale».
Angelo Colombini, già segretario Confederale Cisl













