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“Ritorno a Buenos Aires”, a Venezia in concorso Bechis e gli spettri della dittatura argentina

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VENEZIA (ITALPRESS) – E’ di nuovo Argentina nel cinema di Marco Bechis: ci torna dopo cinquant’anni, “con una storia che non è la mia, ma che nasce da una ferita che conosco”, dice il regista. Era del 1999 “Garage Olimpo”, il film che si basava sulla sua terribile esperienza di prigioniero della dittatura argentina in quel mattatoio dal quale uscirono vivi in pochi. Lui fu uno di quelli, un “sopravvissuto” come vengono chiamati, ed è proprio uno di loro il protagonista di “Ritorno a Buenos Aires”, il film col quale torna oggi in Concorso a Venezia 83.

Ne è protagonista Mariano Guerra, un maturo paramedico torinese che negli anni ’70, da studente di medicina, era finito nelle maglie dei generali argentini, prigioniero del Garage Olimpo, dal quale era uscito dopo oltre due anni di prigionia, torture e schiavitù. È il 2008 quando riceve una lettera dal ministero della giustizia argentino che lo convoca come testimone al processo contro alcuni ufficiali accusati di essere gli aguzzini di quella prigione: sono passati trentatré anni e per Mariano il ritorno a Buenos Aires è un atto estremamente doloroso, non solo perché significa confrontarsi con i suoi ricordi più terribili, ma anche perché ogni “sopravvissuto” porta lo stigma di una liberazione spesso ottenuta pagando il prezzo carissimo della collaborazione.

Marco Bechis costruisce il suo film su questo terribile dissidio, che per i sopravvissuti è tanto interiore quanto esterno, basato sul giudizio degli altri ma anche sul senso di colpa che si portano dentro. Mariano, interpretato con intensità e equilibrio da Adriano Giannini, arriva a Buenos Aires come un uomo vinto, che infine accetta di testimoniare in un processo in cui nella sua coscienza si sente non meno accusato.

Le domande della figlia di una donna che ha tradito durante le torture sono tanto difficili quanto quelle degli avvocati che chiedono ragione del suo comportamento durante i due anni di prigionia. Bechis costruisce per il suo personaggio una scena che è un labirinto mentale nei suoi ricordi passati e negli spettri che riemergono dai luoghi che attraversa trentatré anni dopo. Adriano Giannini si spinge nel tormento del suo personaggio con una tensione quasi meccanica, trasformandolo in un automa al servizio del suo senso di colpa, esattamente come all’epoca era al servizio dei suoi aguzzini.

“Ritorno a Buenos Aires” è per Bechis l’ennesima occasione per confrontarsi con una porzione della sua vita che chiaramente lo ha segnato: “Da molti anni mi accompagna una domanda: che cosa significa sopravvivere? Non soltanto salvarsi, ma continuare a vivere quando altri non hanno potuto farlo”, dice il regista. L’esito del film è ampio, capace di creare uno spazio per il dolore dei ricordi ma anche, infine, per la leggerezza del perdono e il significato della giustizia. Dopo il passaggio di oggi a Venezia 83, ultimo film della competizione, “Ritorno a Buenos Aires” uscirà nelle sale italiane il 17 settembre, distribuito da Fandango.

– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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