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Caso Pifferi: Cassazione “consapevole di uccidere la figlia e per questo l’ha abbandonata”

Alessia Pifferi “aveva compreso perfettamente” la “condizione di solitudine ed abbandono” della “figlioletta” di 18 mesi, Diana, abbandonata da sola in casa per 6 giorni il 14 luglio 2022 per andare fuori Milano con un uomo, provocandone la morte di fame, sete e stenti, e lo dimostra il fatto che ha sentito la “necessità di giustificare” il suo gesto con “ripetute menzogne”.

Lo scrive la Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui il 25 giugno ha respinto i ricorsi della difesa della 41enne e della Procura generale di Milano rendendo definitiva la condanna 24 anni di carcere per omicidio volontario aggravato della bambina.

Il collegio della prima sezione penale della Suprema Corte (presidente Monica Boni) ha dovuto tornare a confrontarsi con le condizioni psichiatriche di Pifferi, sottoposta a due perizie in appello e in primo grado, quando era stata inizialmente condannata all’ergastolo. “Possedeva in quei momenti la capacità di intendere cosa stesse facendo”, si legge nelle 27 pagine del provvedimento “perché altrimenti” di fronte alle richieste di “sapere come si fosse organizzata con Diana” da parte del suo compagno e quelle dei “vicini di casa” affluiti nell’appartamento di Ponte Lambro dove fu trovato il cadavere “non avrebbe avuto bisogno di inventare l’esistenza di una sorella o di una baby sitter” di cui ha inventato anche il “nome” e alla quale avrebbe “affidato la bambina” o di “mentire alla madre” al telefono sostenendo di essere con la figlia mentre se trovava a Leffe, da sola, in provincia di Bergamo.

Alessia Pifferi in quell’estate “ha deciso di agire” abbandonando la bimba di un anno e mezzo in un lettino con una bottiglietta d’acqua ed un biberon con del latte” e “non è mai tornata indietro sulla sua decisione per tutti i sei giorni in cui è durato l’abbandono”. “Pur potendolo fare in ogni momento – scrivono gli ermellini – trovandosi a poche decine di chilometri da Milano e persino nella stessa città di Milano il 18 luglio”.

Nella sentenza viene affrontato l’argomento della “speranza”, riferita dalla madre, che “a Diana non accadesse nulla di male” in quei giorni, contrapposta al “dolo” dell’omicidio. Una speranza già ritenuta in appello “non ragionevole”

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