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ROMA (ITALPRESS) – Scene d’impatto, costumi, navi imponenti, un cast affascinante, il fragore delle battaglie. Eppure a scuotere non è tanto la tecnica e il vigore spettacolare, quanto la scenografia più semplice, quella scritta nell’animo umano: la sensibilità e l’umanità con cui Nolan racconta Ulisse. La sua non è soltanto la storia dell’eroe che torna da Troia. È la storia di un uomo, di un marito, di un padre, di un compagno che porta sulle spalle il peso delle proprie scelte. L’Odissea diventa così un viaggio di conoscenza, non solo per Ulisse, ma anche per chi lo attende. Un figlio che ha bisogno di sapere se il padre sia ancora vivo e che antepone il desiderio della verità alla brama del potere. Un cane, Argo, che riconosce il proprio padrone prima ancora che lui possa rivelarsi. Una regina, Penelope, che è prima di tutto una moglie fedele e donna che continua ad attendere il proprio marito.
Il viaggio raccontato da Nolan attraversa le tappe principali del poema: il cavallo di Troia, la maga Circe, il canto delle Sirene. Ma il loro canto non promette più soltanto il sapere. Diventa ‘il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto’, dice Ulisse. Dunque non è il fascino delle Sirene ad assordarlo, ma i suoi sensi di colpa.Ed è proprio qui che risiede l’originalità di Nolan, quella che permette di andare oltre le obiezioni di carattere filologico.
Il regista, infatti, non mira ad una trasposizione rigorosamente fedele del poema omerico: utilizza l’Odissea per interrogare temi universali – la colpa, la memoria, la responsabilità, il ritorno – restituendone tutta la sorprendente attualità. Non proietta sui grandi schermi l’Odissea, bensì una Odissea, capace di mostrare come i valori e i conflitti narrati da Omero continuino a parlare fino ai nostri giorni. Seguendo questa linea, Nolan, con estrema sottigliezza, ripropone temi di grande attualità, come, per esempio, le dicerie. Durante il simposio – dal greco sympínein, bere insieme – Telemaco ascolta le voci che circolano sul padre. ‘È ricco. È povero. È vivo. È morto’. Sono le stesse dinamiche che oggi chiameremmo opinione pubblica: una forza capace di orientare il pensiero degli uomini molto prima dell’esistenza dei mezzi di comunicazione moderni. Perché Ulisse, così come vuole far trasparire il regista, è soprattutto un uomo, dotato di sensibilità, caratteristica che nel corso del film si libera dal pregiudizio di essere prettamente femminea, per divenire invece degna di un eroe come lui.
Lo stesso accade con un altro elemento, la qualità di amare, considerata secondo la tradizione un difetto, punto debole per un uomo, ma che qui invece viene messa in rilievo. Ulisse viene presentato anche come marito, memore di una donna che lo aspetta nella quotidianità, tessendo la propria tela, intreccio infinito di fili e di pensieri. È padre. È comandante di uomini disposti a seguirlo fino alla morte. E soprattutto è un uomo che sente il peso del proprio fallimento ogni volta che uno dei suoi compagni cade. Arriviamo così al tema che, da sempre, ha creato grande polemica, ovvero il ruolo della figura femminile nel poema.
Le donne non vengono messe in scena come figure accessorie, bensì come modi diversi di interrogare Ulisse. Atena, interpretata da Zendaya, non è soltanto la dea della sapienza. È la guida del suo viaggio interiore, la coscienza che continuamente lo costringe a guardarsi dentro. Penelope è il vero centro morale del racconto. Non è semplicemente la moglie fedele. È una donna assennata, capace di trasformare l’intelligenza in fedeltà. La lingua greca qui è decisiva. L’epiteto periphronnon significa soltanto ‘prudente’: indica una saggezza che possiede un valore etico, una forma di accortezza morale. Le sue astuzie non sono inganni fini a sé stessi, ma strumenti attraverso cui custodisce il matrimonio. Dopo vent’anni Penelope compare finalmente davanti a Ulisse. La regina davanti al mendicante, non vestita a lutto, ma nello splendore afrodisiaco che gli dèi le concedono, con tutta la nobiltà di una grande sovrana. Prima ‘regina’ poi ‘mia signora’: così Ulisse, nel film, si rivolge a Penelope, in un progressivo riconoscimento che restituisce insieme la dignità della sovrana e l’intimità della donna amata. Ed è proprio qui che emerge la sua intelligenza. Prima del riconoscimento non si abbandona all’emozione. Mette alla prova quello straniero parlando di un dettaglio, il segreto che soltanto il marito può conoscere. È un comportamento astuto, persino malizioso, ma profondamente coerente con la sua figura. Penelope non smette mai di cercare la verità, rimane punto fermo.
Accanto a lei compare Calipso, colei che potrebbe offrire a Ulisse una nuova esistenza. Lo accudisce, gli porge ogni giorno il fiore di loto, quasi volesse consegnargli una memoria diversa, una nuova identità. Ma non è la sua vita. Perché il desiderio del ritorno è forse la forza più incontrollabile dell’uomo: il bisogno di ritornare alle proprie radici, e aggiungo, alla sua Penelope. Ed è qui che riaffiora un altro grande tema della letteratura greca: la memoria. Come nella Medea di Euripide, dove il ricordo delle proprie origini rende insopportabile il tradimento, anche nell’Odissea la memoria diventa il luogo in cui l’uomo continua a riconoscere sé stesso. Persino la polemica sull’aspetto di Elena perde allora gran parte del proprio significato. La pelle di una donna, la celebre “Elena dalle bianche braccia”, diventa secondaria rispetto a ciò che il film vuole raccontare. Per chi cadesse dunque nella tentazione di associare Omero e il poema come portatore di patriarcato, osservi la dignità con cui Nolan riporta l’importanza attribuita da Omero al ruolo della donna. Se si vuole poi discutere della fedeltà filologica, beh, allora bisogna tornare ai versi greci. Ma il regista non sta realizzando una ricostruzione archeologica. Ed è proprio questo il punto: non dovremmo soffermarci sulla fedeltà storica di Nolan al poema omerico, perché la sua non è l’Odissea, ma un’Odissea, non è il viaggio di un’eroe, ma un viaggio di conoscenza che ciascun uomo può vivere. Un’interpretazione contemporanea che dialoga con Omero senza pretendere di sostituirlo.
Il momento più alto del film arriva poi nel lungo monologo di Ulisse, il quale, tra le braccia di Penelope, affiancato da Atena, onora il proprio matrimonio e, insieme, i propri compagni, morti in guerra, piangendoli, per non essere stato in grado di seppellirli con onore. È lì che risiede il fallimento, non nella non vittoria, ma nell’essere venuto meno al rispetto, all’onor. “E se l’Ulisse che conoscevi avesse perso la strada? E se lui una notte, in una città straniera, avesse visto cose che gli hanno fatto pensare che la casa che conosceva avrebbe potuto non esserci più?” Poi il ricordo diventa Troia. ‘Abbiamo violato tutto quello che è sempre stato sacro tra tutti i popoli. E trasformato una battaglia in una caccia’. Ed è nella parte successiva che il monologo assume una modernità sorprendente. ‘E se avesse capito, proprio quella notte, mentre attraversava fuochi di caos e di dolore, e nei giorni seguenti di soffocanti festeggiamenti… se avesse capito esattamente che cosa aveva fatto? L’idea di un solo uomo. L’inganno di un solo uomo. Infrangere la legge di Zeus, per sempre. Vivevamo in un mondo di palazzi, e di scambi e di linguaggio, ciechi alla sua bellezza. E lo abbiamo distrutto’.
È impossibile non cogliere quanto queste parole parlino anche al presente. Questo monologo lavora continuamente su due livelli: in superficie è un ragionamento ipotetico su Ulisse, ma in profondità è la confessione morale di un uomo che non sa più se meriti di essere accolto. Per questo non dice mai davvero ‘io’. Parla in terza persona, usa le ipotesi, gira continuamente attorno alla ferita. Dentro a questo monologo struggente convivono dubbio, memoria, giudizio morale e tenerezza. Insomma, cosa c’è di più moderno? Ed è qui che Nolan restituisce tutta l’attualità dell’Odissea. La guerra, nella parte finale del film, e dunque del suo viaggio interiore, non viene celebrata, ma viene interrogata moralmente. Allo stesso modo la vittoria non cancella la colpa e l’ingegno con cui ha conquistato Troia sarà anche il peso che lo perseguiterà per tutta la vita.
Quando finalmente torna a Itaca non ritorna come un eroe: incappucciato, chiede ospitalità nella propria casa, portando con sé il ricordo dei compagni morti. La memoria diventa dunque una presenza viva capace di spezzare l’equilibrio del presente. Per concludere l’incontro con Penelope è allora il vero culmine del racconto: lei non si lascia guidare dal sentimento, ma chiede dettagli, perché , come scriveva Flaubert,è lì che Dio si nasconde. Infine arriva la prova dell’arco.
Ed è qui che Nolan riprende una delle intuizioni omeriche più grandi. In questa sfida non regna la legge del più forte: non vince il più prestante, bensì l’unico uomo capace di tendere quell’arco. La prova non misura la forza fisica, ma la singolarità di una vita, di un’identità che nessun altro può imitare. Possiamo dunque dire che l’Odissea narrata da Nolan non è il poema della guerra, bensì il poema del ritorno, del riconoscimento, delle responsabilità. Della nostalgia che può cogliere chiunque, anche il più grande fra gli eroi. Non è un caso infatti che la parola ‘nostalgia’ derivi proprio dal greco nostós (ritorno) e algós (dolore).
Ulisse, tra le braccia di Penelope, non celebra la vittoria su Troia, ma rimpiange di non aver potuto dare loro una degna sepoltura. Il suo fallimento non consiste nell’aver perso una battaglia, ma nell’essere venuto meno a quel senso del sacro che teneva insieme il mondo greco: l’onore dovuto ai vivi e ai morti. In questo doloroso dialogo tra i due amanti si cela il senso della storia che Omero ha voluto trasmettere nel corso dei secoli: il senso del sacro, il rischio che una guerra diventi una caccia al più debole o che l’inganno di un solo uomo possa rovinare il linguaggio stesso della pace. Ed è forse questa l’intuizione più moderna del film di Nolan: ricordarci che una guerra può essere vinta e, nello stesso tempo, lasciare un uomo sconfitto per sempre.
Sofia Vidale
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).










