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Milano, l’accusa dei PM a Glovo: rider pagati sotto la soglia di povertà

Scoppia il caso Glovo, alla Procura della Repubblica di Milano. In teoria sono lavoratori autonomi a partita Iva che, quando lo desiderano, si rendono disponibili a consegnare in bicicletta il cibo ordinato tramite l’app di Glovo, ritagliandosi il tempo per un “lavoretto” utile ad arrotondare le entrate. In pratica, però, secondo la ricostruzione della Procura di Milano, si tratta di ciclofattorini – per lo più stranieri in condizioni di bisogno – che operano come lavoratori subordinati di fatto, eterodiretti digitalmente dalla piattaforma.

È questo il quadro che emerge dall’inchiesta per caporalato che ha portato il pm Paolo Storari a disporre il controllo giudiziario di Foodinho srl, la società che gestisce il servizio di consegna a domicilio in Italia, dove operano circa 40.000 rider, di cui 2.000 nella sola area di Milano. Secondo l’accusa, l’azienda “sfrutta la manodopera” approfittando dello stato di bisogno dei fattorini, pagati in media 2,50 euro a consegna: compensi fino all’81% inferiori ai livelli della contrattazione collettiva e fino al 76% sotto la soglia di povertà, stimata attorno ai 1.245 euro mensili per 13 mensilità sulla base di parametri come reddito di cittadinanza, cassa integrazione, Naspi e indicatori Istat.

Retribuzioni che, per la Procura, contrastano apertamente con l’articolo 36 della Costituzione, perché “non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro” e incapaci di garantire “un’esistenza libera e dignitosa”. A rendere ancora più stringente il quadro accusatorio è l’analisi tecnica dei database dell’app, condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro insieme ai magistrati.

Dalle verifiche emerge una vera e propria “gestione algoritmica della prestazione lavorativa”: i rider sono costantemente geolocalizzati, monitorati nei tempi di consegna e valutati attraverso indicatori di accettazione e puntualità che incidono sull’accesso agli ordini successivi. Se sono in ritardo vengono sollecitati a fare più in fretta; se risultano fermi, vengono incalzati a giustificare l’inattività. Un sistema che prevede anche meccanismi di “punizione”, secondo quanto riportato negli atti.

Resta però un nodo centrale ancora da chiarire: il funzionamento dell’algoritmo che calcola il compenso. La Procura parla di un “elemento oscuro”, perché senza un’analisi approfondita dei sistemi backend non è possibile comprendere come si arrivi alla determinazione economica delle singole consegne. Dagli atti emerge comunque una correlazione tra i dati della prestazione lavorativa e il profilo economico del rider, con compensi stabiliti sulla base di parametri digitali non negoziati dal lavoratore.

In sostanza, conclude l’inchiesta, i rider sono formalmente autonomi ma sostanzialmente eterodiretti dal sistema digitale della piattaforma, che governa tempi, modalità e retribuzione di un lavoro pagato ben al di sotto della soglia di povertà. Se vuoi, ora posso stringerlo per un quotidiano, adattarlo a un comunicato politico o renderlo più tecnico/giuridico.

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